Quando pensiamo allo stress, di solito immaginiamo qualcosa che mette alla prova il nostro corpo: il cuore accelera, i muscoli vanno in tensione, il respiro si accorcia. Sappiamo che un periodo di stress prolungato può compromettere il sonno, la digestione, il sistema immunitario e persino aumentare il rischio di diverse malattie.
Ma esiste un altro aspetto dello stress di cui si parla molto meno. Una domanda che accompagna da tempo neuroscienziati e ricercatori della coscienza:
E se lo stress non modificasse soltanto il nostro organismo, ma anche il modo in cui percepiamo la realtà?
Per arrivate alla risposta, occorre fare una riflessione che va oltre la fisiologia e invita a osservare il cervello da una prospettiva più ampia: non soltanto come un organo biologico, ma come il luogo in cui esperienza, percezione e coscienza si incontrano.
Quando il cervello passa in modalità sopravvivenza
Dal punto di vista biologico, la risposta allo stress è un capolavoro di efficienza. Di fronte a un pericolo, reale o percepito, il nostro organismo attiva una complessa risposta adattativa. Il sistema nervoso simpatico entra in azione, aumenta la frequenza cardiaca, i muscoli ricevono più sangue, l’attenzione si concentra su ciò che potrebbe rappresentare una minaccia. Parallelamente, l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene porta al rilascio del cortisolo, l’ormone che aiuta il corpo a gestire l’emergenza.
Questa risposta è preziosa. Senza di essa la nostra specie non sarebbe sopravvissuta.
Il problema nasce quando lo stato di allerta non termina. Se il cervello continua a percepire il mondo come un luogo potenzialmente pericoloso, la modalità di sopravvivenza rischia di diventare la normalità.
Vedere meno, non vedere meglio
Emerge allora un’idea particolarmente interessante: quando siamo stressati, il nostro cervello non è in grado di ampliare il campo della percezione. Anzi, lo restringe.
Dal punto di vista evolutivo questo meccanismo ha una sua logica. Quando siamo inseguiti da un predatore, non abbiamo il tempo per contemplare un tramonto, cogliere sfumature o elaborare nuove possibilità. L’unica cosa che abbiamo bisogno di fare è reagire rapidamente.
In questo stato diventano prioritarie alcune funzioni:
- individuare il pericolo
- prendere decisioni immediate
- ripetere strategie già conosciute
- ridurre al minimo le esitazioni
Si tratta di una straordinaria strategia di sopravvivenza, che però non si traduce necessariamente nella migliore strategia per vivere.
Quando la realtà si restringe
Tutti noi abbiamo fatto questo tipo di esperienza: durante un periodo particolarmente difficile sembra che tutto ruoti intorno al problema.
Le opportunità diminuiscono. Le soluzioni sembrano scomparire. La creatività si affievolisce. Le relazioni diventano più complicate.
È come se tutto intorno a noi fosse diverso, quando in realtà l’unica cosa ad essere cambiata è il modo in cui il cervello sta filtrando il mondo circostante.
È stato infatti ampiamente dimostrato che il cervello non registra passivamente ogni informazione disponibile. Seleziona, organizza e attribuisce priorità a ciò che ritiene più rilevante. Quando lo stress domina la scena, è naturale che questa selezione privilegi tutto ciò che riguarda la sicurezza e la sopravvivenza.
E la coscienza?
È dunque naturale ipotizza che uno stato di stress cronico non limiti soltanto le nostre capacità cognitive, ma restringa anche la qualità della nostra esperienza cosciente. Questa è una proposta interpretativa, non una conclusione condivisa dalle neuroscienze contemporanee. Tuttavia apre una riflessione interessante.
Se viviamo costantemente orientati verso la difesa, quanto spazio rimane per l’intuizione, la creatività, l’ascolto profondo o la capacità di cogliere nuove prospettive?
Forse la domanda non è soltanto
quanto sono stressato?
ma anche
che cosa lo stress mi impedisce di percepire?
La consapevolezza, da sola, non basta
C’è a questo punto un altro aspetto su cui concentrare l’attenzione: da oltre una decina di anni, sempre più persone hanno intrapreso percorsi di crescita personale. Leggono libri, frequentano seminari, meditano, imparano tecniche di respirazione o di consapevolezza. Eppure, paradossalmente, non sempre sembrano diventare più presenti, più lucide o più capaci di affrontare la vita con serenità.
Al contrario, è abbastanza usuale trovarle ancora immerse nelle stesse dinamiche di sempre. Questo forse può dipendere dalla distanza che spesso esiste tra ciò che si comprende e il modo in cui si continua a vivere.
La consapevolezza non si consolida durante un corso o una meditazione, ma si misura nel modo in cui organizziamo le nostre giornate.
Se una volta terminato il percorso quasi tutti tornano dentro gli stessi ritmi (sveglie all’alba, giornate scandite dalle urgenze, notifiche continue, tempi sempre più compressi, la sensazione costante di dover rincorrere qualcosa), e immergono il sistema nervoso nello stesso ambiente che aveva contribuito a generare lo stato di stress da cui si voleva uscire, si resta in uno stato di sopravvivenza cronico. Il cervello non fa che ricevere segnali di allerta e sovraccarico, al mero scopo di farci sopravvivere. Come possono, allora, essere favorite la presenza, la creatività, l’intuizione e la chiarezza mentale?
Si potrebbe allora ipotizzare che il vero cambiamento non consiste soltanto nell’acquisire nuovi strumenti, ma nell’avere il coraggio di modificare, almeno in parte, l’ecosistema quotidiano in cui viviamo.
È evidente che la qualità della nostra coscienza non dipenda solo da ciò che impariamo, ma anche da ciò che alimentiamo, ogni giorno, attraverso il nostro stile di vita.
Questa è probabilmente una delle sfide più grandi della nostra epoca.
Viviamo in una cultura che esalta la velocità, la produttività e la disponibilità continua. In un contesto simile, preservare spazi di silenzio, lentezza e presenza non è un lusso: diventa una scelta intenzionale, necessaria per restituire al cervello la possibilità di uscire dalla modalità di sopravvivenza e tornare a esplorare, creare e percepire il mondo in modo più ampio.
Ritrovare ampiezza
Quando lo stato di allerta si riduce, accade qualcosa di curioso. Molte persone riferiscono di percepire maggiore chiarezza mentale, le idee sembrano emergere con meno sforzo, le intuizioni arrivano durante una passeggiata, una meditazione, un momento di silenzio o semplicemente quando si smette di rincorrere le soluzioni.
Non significa che il cervello smetta di lavorare, ma che inizia a farlo in maniera diversa.
È come se, cessando di osservare il mondo attraverso una stretta fessura, ci si potesse di nuovo affacciare a una finestra più ampia.
Quando una persona ritrova uno stato di maggiore equilibrio, non è soltanto il suo corpo a cambiare. Cambiano anche le domande che si pone, il modo in cui interpreta gli eventi e aumentano le possibilità che riesce a immaginare.
Forse la trasformazione più profonda non consiste nell’aggiungere qualcosa alla nostra vita, ma nel recuperare quella parte di noi che lo stress aveva temporaneamente messo a tacere.
A volte, infatti, ad essersi ristretta non è la realtà, ma il nostro modo di percepirla.
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Articolo di Monica Vadi per generazionebio.com
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