Nel linguaggio della crescita personale e della spiritualità circola spesso un’idea fortemente banalizzata, che ha a che fare con l’essere o non l’essere ancorati al proprio ego.
Non riuscire a perdonare se stessi, ad esempio, significa forse essere ancora annebbiati dall’ego?
Potrebbe sembrare logico pensarlo, se non fosse che nella pratica terapeutica raramente ciò corrisponde a realtà.
Molte persone riescono a perdonare gli altri con una sorprendente capacità di comprensione e apertura, ma incontrano un blocco profondo quando si tratta di perdonare se stesse. Non perché abbiano un ego ipertrofico, ma perché hanno interiorizzato fin dall’infanzia standard molto elevati, un forte senso di responsabilità o un’idea di colpa che non riguarda solo un comportamento, bensì la propria identità.
In questi casi l’ego non è gonfio. Al massimo è rigido, contratto, spesso schiacciato dal dover essere “all’altezza”.
Non perdonarsi non è narcisismo
La difficoltà nel perdono di sé non nasce quasi mai dal narcisismo. Al contrario, è spesso il segno di una profonda lealtà a un sistema di valori, a una morale familiare o a dinamiche transgenerazionali in cui il dolore di qualcuno viene portato avanti come una forma di espiazione silenziosa.
Nulla a che vedere con qualsiasi forma di egoismo spirituale; semmai, tutto questo potrebbe essere interpretato come un’identificazione inconscia con la colpa, che diventa parte integrante del senso di sé.
Il vero nodo: separare l’essere dall’errore
Pertanto, non si tratta di abbassare l’ego o di liberarsene, ma di riuscire a separare ciò che una persona è da ciò che ha fatto nel suo passato. Finché l’errore viene vissuto come prova di indegnità, il perdono di sé è impossibile. Perché perdonarsi significherebbe negare il dolore causato o annullare le proprie responsabilità.
Ciò che accade realmente è l’opposto: quando una persona smette di identificarsi con la colpa, non diventa meno responsabile. Diventa più presente, più onesta, più capace di riparare, trasformare e scegliere in modo diverso. Il perdono di sé non cancella il passato e non lo giustifica. Lo colloca, però, nel suo contesto, permettendo alla coscienza di tornare a muoversi, invece di restare bloccata in una punizione permanente.
Il perdono di sé come atto di verità
Per questo il perdono di sé non è un atto spirituale nel senso superficiale del termine. Non è un mantra, né un esercizio mentale, né una concessione forzata. È un atto di verità profonda, che richiede di guardare con lucidità ciò che è stato, senza confonderlo con ciò che siamo.
Da questa distinzione è più facile far nascere una vera trasformazione, che non passa dall’autoassoluzione, ma dalla responsabilità incarnata e dall’accoglienza di sé come essere umano che non compie necessariamente errori in senso assoluto, ma vive ua serie di esperienze, allo scopo di imparare a discernere cosa risuona davvero con la parte più essenziale dell’essere e cosa no.
Solo così è possibile, un passo alla volta, aprirsi pienamente alla vita. Non certo venendo additati di un’ennesima colpa, quando il problema è proprio non riuscire a sciogliere il proprio senso di colpa!
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Articolo di Monica Vadi per generazionebio.com
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Immagine di Freepik
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