Se sei ancora a questo livello, forse dovresti fare altro. Non sei pronto. Non sei ancora all’altezza.
A chi è capitato, mentre si apprestava ad intraprendere con convinzione ed umiltà un percorso evolutivo, di sentirsi dire frasi simili a questa? Frasi tutt’altro che innocue, che anziché ispirare e invitare a riflettere, erigono un muro.
Spesso queste frasi provengono da operatori olistici o figure spirituali che, (forse) senza rendersene conto, instaurano una gerarchia:
- io sono sopra, tu sei sotto
- io guido perché sono più evoluto
- tu segui perché sei “indietro”, “non pronto”, “ancora in superficie”.
A questa dinamica si aggiunge spesso un’altra componente: la supponenza. Alcuni operatori parlano con certezza, dispensano consigli o giudizi come se fossero universali, dimenticando che ogni percorso interiore è unico. Il cliente non è più una persona in cammino, ma un destinatario di correzioni e approvazioni, costretto a misurarsi con standard imposti dall’alto. Qui non solo il cliente viene collocato “sotto”, ma anche chi eroga il percorso rischia di illudersi di essere davvero superiore, confondendo la propria convinzione con la vera consapevolezza.
Questa dinamica è una trappola sottile: il linguaggio della spiritualità diventa strumento di potere. La meditazione, i corsi avanzati, le pratiche energetiche non sono più strumenti di crescita, ma certificati di superiorità. Chi dovrebbe sostenere il cammino dell’altro finisce per misurarne il valore, spesso con un tono di sicurezza che non ammette dubbi.
Il problema non è cosa facciamo, ma come lo facciamo. Si può praticare quotidianamente la meditazione per sentirsi più evoluti, oppure si può trovare crescita in azioni semplici e apparentemente ordinarie: leggere, guardare un film o una serie tv, passeggiare, scrivere. Tutto può essere occasione di introspezione e sviluppo, purché ci si avvicini con apertura e ascolto, non con giudizio o supponenza.
Una presenza autentica non deride. La consapevolezza non umilia e non addita. Quando una pratica, un linguaggio o un percorso diventano strumenti per collocare l’altro al di sotto di noi, qualcosa si è irrigidito, non elevato.
La maturità interiore riconosce che ogni persona in cammino ha tempi e modi unici. Non esistono livelli universali, né corsi “avanzati” che valgano più della capacità di accogliere se stessi e l’altro.
Se una terapeuta, un operatore o una guida spirituale non sanno accogliere l’umano — con le sue contraddizioni, i suoi tempi, i suoi passaggi spesso anche goffi — forse è il momento di fare un passo indietro.
Un vero percorso di crescita non si fonda su discepoli da correggere, ma su esseri umani che si incontrano sul medesimo piano. Chi è veramente consapevole sa che il suo ruolo si limita ad accompagna. Per questo non ha bisogno di sentirsi superiore, perché la vera maestria è invisibile, silenziosa e rispettosa.
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Articolo di Monica Vadi per generazionebio.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Immagine di Freepik
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