La favola delle streghe di Halloween

C’era una volta un luogo magico in cui ogni pensiero, ogni emozione e ogni parola avevano il potere di concretizzarsi all’istante.

Nessuno – però – lo sapeva, nessuno se ne accorgeva.

Tutti pensavano che si trattasse di un posto dagli avvenimenti imprevedibili, bizzosi e infidi, come i comportamenti di una donna o di un uomo che avessero perso fiducia negli altri e in se stessi.

Ma neanche questo avrebbero potuto immaginarlo.

Gli abitanti di questo luogo erano convinti di aver ricevuto in sorte un corpo, un tenore di vita e un destino che non avrebbero potuto in alcun modo cambiare, e che inevitabilmente li mettevano al di sotto o al di sopra di tutti gli altri.

Da questa convinzione nacque il diritto, di cui più o meno tutti si avvalevano, di sopravvalutare, sottovalutare, idolatrare, disprezzare, imprigionare e combattere ogni porzione di terra e ogni creatura fossero cadute sotto i propri occhi.

In questo posto vivevano, indicate al terrore e al ribrezzo di tutti i bambini e di tutte le bambine, delle donne il cui fisico e il cui viso sembravano irrimediabilmente deturpati da tutti i mali del mondo, donne diventate nel corso dei tempi oggetto di scherno e di odio incontrollato. Si erano sentite a tal punto umiliate che infine avevano fatto un vanto della propria condizione abietta ai margini del mondo.

Le chiamavano streghe.

Si coalizzarono con gli esseri più turpi e repellenti, presenti in ogni zona di quel luogo magico, per estendere, indispettite, il loro dominio sull’immaginario di tutti: poiché era loro negato il piacere della bellezza, dell’amicizia e dell’amore, ai loro occhi non sembrò ingiusto insinuarsi negli incubi di bimbi, bimbe, uomini e donne che, per qualche ragione, merito o incauto fato, godessero di quelle gioie a loro precluse.

Così quel luogo, che poco a tutti sarebbe bastato per rendere meraviglioso, si popolò sempre più di gente impaurita dalla possibilità di perdere la propria bellezza, di essere tradita e di essere rifiutata da chi amava.

Ogni bimbo cresceva insicuro e, per mettere a tacere il proprio bisogno di attenzioni, imparò ben presto dai più grandi a credere nel potere del denaro e del successo professionale, a sacrificare i propri sogni e i propri affetti al conseguimento di una posizione che potesse garantire il proprio cuore dagli attacchi imprevedibili e devastanti della paura.

Paura di non essere abbastanza forte, abbastanza bravo, abbastanza intelligente, abbastanza affascinante e scaltro per difendere a propria volta le persone a cui si legava e che in qualche modo dipendevano da lui.

Anche ogni bimba, d’altro canto, cresceva vittima di incubi silenti che pian piano dilagavano nelle crepe create dallo spuntare dei suoi desideri più grandi.

Desideri di ammirazione, di approvazione, e soprattutto di una bellezza inossidabile e imperitura che la mettesse al riparo dal terrore di essere scartata rispetto alle altre bimbe, di risultare ultima –  o solo seconda.

Tutte le volte che la paura si faceva più insistente, ecco che il riflesso delle streghe emergeva dal fondo oscuro in cui ogni bambino e ogni bambina, ogni uomo e ogni donna, si rimiravano alla ricerca di un difetto che potesse minare il proprio bisogno di sentirsi perfetti: lo specchio.

Gli specchi erano ovunque, in bagno, sulle superfici lucide dei mobili, nelle pozzanghere, negli sguardi degli altri.

Sebbene le streghe vivessero in un luogo lontano dai centri abitati, in cui nessuno si era mai arrischiato di addentrarsi, esse avevano la capacità di appropriarsi delle sembianze e dell’animo di ogni donna e di ogni uomo che avessero iniziato a credere di non essere abbastanza preziosi, abbastanza belli e abbastanza  speciali, così com’erano.

Il potere di quel riflesso oscuro era talmente forte da poter avvelenare ogni loro pensiero, e da lì ogni loro sentimento, ogni loro azione.

Fu così che tutto quel luogo magico, pian piano, si trasformò nel posto più pericoloso e arido dell’universo.

Il sospetto di una ruga stava cancellando la bellezza di ogni sorriso, l’orrore della bruttezza stava impedendo alla bellezza, ovunque e in chiunque, di sbocciare e di adempiere così al proprio compito: quello di sollecitare simpatia, gentilezza e altruismo nel cuore degli uomini.

Se non che Amore e Bellezza – nessuno lo avrebbe mai sospettato – erano ben lontani dall’essere dei semplici prodotti da costruire, limare e assicurare contro i furti e l’usura del tempo.

Erano niente meno che poteri magici affidati a ogni essere umano che abitasse quel luogo – da sempre.

Quel luogo in cui ormai non si credeva più alle favole, ma solo agli incubi.

Come tutti i poteri magici, essi, tra i più forti ed efficaci, potevano essere attivati solo se qualcuno ne avesse risvegliato il ricordo o avesse sollecitato il sospetto che potessero esistere.

Bisognava, cioè, darvi attenzione e spazio, e tempo. Bisognava notare e far durare nella propria mente la bellezza presente ovunque e in chiunque, nei recessi più insospettabili, fino a quando, da un puntino trascurabile, essa si fosse trasformata in una luce talmente abbagliante da fugare ogni nube, ogni preoccupazione, ogni subdola e atterrita credenza in qualcosa che potesse essere definito brutto, inadeguato, inutile. D’altronde era proprio così che le streghe avevano potuto estendere il proprio dominio: a partire da un minimo, trascurabile atomo di attenzione.

Scoperto il potere di Amore e Bellezza, ogni bimbo di quel luogo magico divenne un mago e ogni bimba  divenne una fata.

Lo divennero all’istante, nel momento esatto in cui tesero l’orecchio alle favole a cui ogni madre e ogni padre, ogni nonno e ogni nonna, zio e zia, ebbero cura di far varcare la soglia della loro fertile e sacra attenzione. In questo modo, arrivò il giorno in cui, ormai grandi, si sentirono abbastanza carichi di Amore e Bellezza da architettare il piano più audace che fosse stato mai immaginato: andare a trovare, coi loro figli, le streghe – e portare loro in dono dei dolci.

Le streghe, abituate a sentirsi evocare solo per vedersi scacciare, abituate a sguardi torvi e ingiurie perfide, restarono perplesse alla vista di quei doni e degli strani visitatori che erano venuti a portarglieli: bimbi e bimbe travestiti da diavoletti, donne travestite da sinistre fattucchiere e uomini dal volto volutamente, goliardicamente deformato.

Perché mai vi siete travestiti come noi?

chiese sospettosa una di loro.

Si narra che a questa domanda prese a rispondere a turno ogni componente del bizzarro gruppo, alternando e aggiungendo la propria voce a quella degli altri in una interminabile catena che circondava le dimore delle streghe fino a fare della somma di esse un puntino sempre più piccolo all’interno di una sfera dalla luminosità e bellezza senza pari.

Perché mai vi siete travestiti come noi?

La catena di risposte suonò più o meno così:

«Perché onoro in voi il giorno in cui mi sono sentito più basso degli altri, e per questo condannato all’infelicità» ~ «perché onoro in voi il giorno in cui mi sono accorto che stavo perdendo i miei capelli, un tempo così folti» ~ «perché onoro in voi il giorno in cui mi fu detto che con gli occhiali da vista nessuno mi avrebbe più chiesta in sposa» ~ «perché onoro in voi il giorno in cui mi fu raccontato che esisteva qualcosa che si chiama grasso, che si chiama occhiaie, che si chiama balbuzie» ~ «che si chiama secchezza, che si chiama inestetismo» ~ «perché onoro in voi il giorno in cui mi hanno detto che avevo perso il mio lavoro e con esso ho creduto di aver perso per sempre l’amore dei miei cari, e la loro fiducia, il loro rispetto» ~ «onoro in voi il giorno in cui ho rinunciato a costruire e a viaggiare per ergere un cancello intorno alla mia casa» ~ «perché onoro in voi il giorno in cui ho iniziato a credere nell’esistenza del male».

A quelle ultime parole la sfera esplose, come una gigantesca bolla di sapone incapace di contenere la commozione stupita e grata di ogni strega.

Nessuno seppe dire cosa successe nell’istante impalpabile che passò tra quella esplosione e l’incredula esclamazione di un bambino che per primo, guardandosi intorno, si accorse che le streghe erano scomparse.

Subito dopo, a ruota, ci fu chi si accorse che anche i loro travestimenti erano scomparsi, e chi si accorse che tutto sembrava avere un’atmosfera diversa, quieta, e insieme intrisa delle promesse migliori.

Dove fossero finite le streghe se lo chiesero tutti, ma per molto tempo nessuno seppe scoprirlo.

Così, per non dimenticarle –  per non dimenticare cosa era successo il giorno in cui avevano deciso di andarle a trovare portando loro in dono dolci e amicizia, anziché sdegno, ripudio e insulti – decisero di dedicare loro un giorno dell’anno, un giorno di fine ottobre, a un terzo dall’estate e a due terzi dall’inverno, quando quasi tutti i fiori avessero smorzato lo sfoggio dei propri colori e nessuno avrebbe potuto facilmente immaginare che sotto un manto di vecchie, rugose foglie, o che tra i rami spogli che si offrono solitari a cieli volubili e minacciosi, palpitasse integro e invincibile il cuore di ogni essere che conosca la verità dei fatti.

E cioè che la Bellezza non precede mai l’Amore, e che per questo mai potrebbe comprarlo, venderlo, o blindarlo.

La Bellezza è – semmai – la Risposta del creato a ogni sguardo pieno d’Amore.

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Articolo di Margherita Cardetta per generazionebio.com
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Margherita Cardetta

Margherita Cardetta

Margherita Cardetta è nata a Gioia del Colle il 3 luglio 1978. Dopo la maturità classica ha proseguito con gli studi umanistici conseguendo la laurea in Lettere Moderne e una Laurea Triennale in Filosofia, presso l’Università di Bari. Parallelamente ha continuano ad arricchire e a stimolare la sua vita anche al di fuori degli ambiti accademici, considerando proprio la vita di ognuno di noi la vera università e il vero banco di prova per qualunque ricerca, da portare avanti con interesse e passione, per trovare la “chiave magica” per la serenità dell’anima.

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