Come trasformare i litigi in occasioni di crescita

Quando non riusciamo più a comunicare con qualcuno, e a quel qualcuno teniamo ancora, nonostante tutto – è il momento giusto per cambiare il modo in cui lo vediamo.

In fondo cosa sappiamo degli altri, fossero anche i nostri genitori, figli o amici, compagni di una vita?

Sappiamo solo tenere insieme le emozioni che abbiamo provato di fronte a tutta una serie di situazioni che ci hanno coinvolti insieme; sappiamo come ci siamo sentiti quella volta in cui ci fu detto di no, quell’altra in cui avremmo avuto bisogno di un supporto e non lo abbiamo ricevuto, perché magari l’altro “aveva altro da fare, o a cui pensare”.

Ma non sappiamo perché, quella volta, “altro” sia stato per l’altro più importante di noi.

In fondo siamo tutti estranei gli uni agli altri, non perché ognuno di noi vive una vita propria che possiamo mantenere segreta, ma perché possiamo conoscere solo le nostre ragioni, il nostro cammino dibattuto tra desideri, sensi di colpa, responsabilità, previsioni e incoscienza.

Per quanto possano essere solo parzialmente condivisibili, ognuno di noi, in ogni istante, risponde solo alle proprie ragioni – anche se è impegnato in un rapporto sentimentale, parentale, amicale, comunitario. Non può annullarsi.

È questo. È proprio questo.

Spesso desideriamo che gli altri si annullino per noi.

Crediamo che il loro essere madri, figli, amici, compagni, debba nella loro testa avere un peso maggiore rispetto alle loro ragioni.

E la libertà che tanto diciamo di desiderare o di rimpiangere, agli altri la facciamo pagare cara. Tradendo, mettendo il muso, facendo dispetti: chiudiamo il rubinetto della nostra gioia di esserci, di vivere, di stare insieme.

Così crediamo di punire qualcuno che secondo noi ci ha fatto un torto e, quel che è più grave, crediamo di preservare la nostra immagine, la nostra autostima.

Ora devo pensare solo a me stessa, a quel paese gli altri! Benissimo. Che significa?

Cosa c’è in te stessa? I tuoi interessi, ciò che finora ti sei negata sacrificandolo al bene comune?

E perché lo hai fatto? Per avere la garanzia di una fornitura perenne di riconoscenza?

Ma allora di chi è la colpa, di chi segue le proprie ragioni o tua? Chi ha fatto un invisibile contratto con se stessa senza tener conto delle segrete e imprevedibili ragioni altrui?

Io faccio questo, così avrò quello.

Funziona anche se in gioco non ci sono soldi o regali, funziona anche nei sentimenti, terreno ancora più insidioso perché invisibile.

Molte volte ci comportiamo come banche di credito e non ce ne accorgiamo.

Al posto degli altri, da noi stessi scapperemmo anche noi.

Invece bisogna andare a fondo, bisogna capire cosa ci spinge persino a sorridere a qualcuno, a fare un regalo.

Esiste una sintassi di superficie, nella comunicazione, e – sotto – una grammatica delle intenzioni, delle ragioni personali.

Che poi messe insieme formano il nostro pilota occulto.

Quindi, tornando alla nostra esigenza di litigare o di troncare un rapporto, tornando all’altro che ci sta facendo soffrire, arrabbiare, sbandare….l’altro siamo sempre noi. Questo ci sfugge solo perché ci stiamo limitando alle reazioni di superficie, al racconto più comodo delle circostanze.

Lo stesso che ripeteremo al nostro migliore amico, o persino all’ultimo contatto avviato su un social network. Senza pensare che staremo parlando di un estraneo a un altro estraneo, e che il secondo si troverà d’accordo con noi sul conto del primo solo per compiacerci, per blandirci, per distrarci dal fulcro dell’esperienza che ci rifiutiamo di comprendere.

Uno scenario alternativo è questo:

capisco che qualcosa non va, ma prima di inveire o di ricorrere a soluzioni drastiche – mi fermo, guardo l’altro negli occhi, o lo considero dentro di me, per la prima volta, come se finora ne avessi visto solo una parte, quella superficiale; scendo in profondità e ammetto di non sapere nulla; in fondo, a questo livello suburbano, neanche l’altro sa nulla di me, e neanch’io so più di tanto di me stessa. Sappiamo solo ciò che ci siamo lanciati a vicenda con parole e gesti, azioni, persi nel traffico metropolitano che impoverisce ogni scambio, riducendolo a un semplice input.

Facciamo silenzio.

Accogliamo il buio.

È bello, a volte, non sapere cosa fare, non sapere dove andare. Non sapere.

Concediamoci il lusso di non sapere quale sarà la cosa giusta da fare.

Non scappiamo da questa ignoranza insostenibile,

da questo incontro ravvicinato con le nostre ragioni.

Potremmo ricevere risposte sorprendenti, potremmo realizzare di essere sempre stati diversi da come ci siamo finora posti con gli altri, e che gli altri sono anche l’opposto di quello che ci erano sembrati – e che hanno il diritto di esserlo.

Nessuno ci deve niente.

E noi dobbiamo qualcosa solo a chi desideriamo onorare con la nostra presenza, che non è una carta di credito, e che non è neanche uno straccio per asciugare il latte versato.

Prima di schizzare da 2+2 a 4, scendete giù.

Siate disposti a cambiare per sempre.

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Articolo di Margherita Cardetta per generazionebio.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Margherita Cardetta

Margherita Cardetta

Margherita Cardetta è nata a Gioia del Colle il 3 luglio 1978. Dopo la maturità classica ha proseguito con gli studi umanistici conseguendo la laurea in Lettere Moderne e una Laurea Triennale in Filosofia, presso l’Università di Bari. Parallelamente ha continuano ad arricchire e a stimolare la sua vita anche al di fuori degli ambiti accademici, considerando proprio la vita di ognuno di noi la vera università e il vero banco di prova per qualunque ricerca, da portare avanti con interesse e passione, per trovare la “chiave magica” per la serenità dell’anima.

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