TROVARE IL GIUSTO POSTO IN FAMIGLIA – Un approccio sistemico

Una rana a suo tempo è stata girino…

Incontrando individui felici, coppie solide e armoniose, genitori soddisfatti, nonni sorridenti e amorevoli spesso ci viene un’affermazione: Chissà che bella infanzia avranno avuto!

Per fortuna, per dirla con Erickson: non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice.

Oggi sempre più viviamo un tempo di cambiamento che impone velocità di apprendimento e di evoluzione mai incontrate in precedenza nella storia dell’Umanità. Il concetto stesso delle istituzioni, la famiglia per prima, sta cambiando e ci offre di acquisire importanti capacità evolutive.

I sistemi si riorganizzano al mutare delle condizioni, tendono alla sopravvivenza, ovvero hanno la caratteristica dell’adattività. Per gli individui che hanno l’abitudine innata di resistere al cambiamento, questa è una possibile strategia.

Dire ai genitori:

Grazie, grazie per la vita e per tutto quello che mi avete dato. Ora, con tutto quello che ho, vado nel mondo; e magari incontro una donna, una compagna, e faccio una mia famiglia

è un momento che fa emergere tante paure e quelli che qualcuno chiama sensi di colpa.

Nella visione sistemica si dice che solo chi è colpevole può essere libero. Chi vuole restare innocente, spesso resta piccolo, e legato energeticamente alla famiglia d’origine.

Uno dei maggiori contributi dell’approccio sistemico (*) è proprio questo, il “giusto posto sistemico” che, se nella famiglia d’origine è dato dall’ordine cronologico di apparizione, poi, quando il sistema lo permette, diventa quello di un adulto; in una relazione adulta, tra pari, con un compagno/a di vita.

Il ‘giusto posto’ dona al sistema serenità e pace, alimenta un clima relazionale armonico dove i figli, i piccoli, sono liberi di vivere il proprio destino. Non rimangono così irretiti dai condizionamenti sistemici ereditati o acquisiti (**).

In assenza di consapevolezza tendiamo a replicare situazioni, comportamenti, prospettive e pensieri sistemici, che sono cioè parte dei sistemi ai quali apparteniamo.

Manifestiamo così un’altra regola sistemica: che il contesto influenza fortemente i comportamenti (per non essere ancora più netti e affermare che li determina)

Assumersi la responsabilità di sé stessi e della propria vita è un appuntamento che alcune culture si danno; per altre persone forse è la ragione stessa della propria incarnazione, la nostra missione transpersonale.

Arriva un momento in cui la vita ti chiede di scegliere se avere ragione o essere felice, e spesso le due cose si manifestano in contrapposizione.

Una delle questioni che più spesso ricorrono nel percorso della nostra vita è scegliere tra un sistema e un altro, tra la fedeltà al sistema d’origine e l’opportunità evolutiva di esprimere tutto il proprio Essere bio-psico-spirituale; la propria energia vitale, onorare sé stessi e il posto che occupiamo nella vita.

Come mai alcune persone riescono a vivere pienamente la loro vita, il loro ruolo e altre sono invece più intrappolate?

In questo caso, si può scomodare un termine abbastanza usato in questo periodo: “resilienza”.

Anche se originariamente viene usato in ingegneria per definire la capacità di un corpo di tornare alla propria forma originaria dopo essere stato flesso, ora è utilizzato anche da altre discipline per definire, ad esempio, la capacità o lo spazio di accoglienza degli eventi, dei sentimenti, dei pensieri e tanto altro.

Ci sono persone dotate di resilienza in grado di manifestarsi e accogliere le eventuali disfunzioni sistemiche, e altre che, semplicemente, ancora non sanno di potersi allenare in tal senso; ovviamente esclusi gli aspetti patologici.

Così l’Umanità sta scoprendo che la resilienza (non quella ingegneristica) è come un muscolo: la possiamo allenare e sviluppare, rendendo così le persone più libere (***).

“Ciò che è espresso è impresso” è sempre più vero nell’evoluzione che l’Umanità sta vivendo. Manifestare verbalmente, attraverso rappresentazioni sistemiche tridimensionali (vedi costellazioni familiari) o con arti espressive come il disegno e la scultura alimenta la resilienza.

Come in palestra alleniamo i muscoli, in spazi deputati possiamo allenare la resilienza, attraverso esercizi che fanno vivere l’esperienza sistemica (non necessariamente la propria) per ampliare le comprensioni su ciò che alimenta Ben-Essere individuale, di coppia, sistemico. (ParentAbility, un progetto di Massimiliano Babusci)

Vivere il proprio “giusto posto”, vedersi rappresentati dipinti da un’altra persona, lasciarsi riempire d’Amore anche solo per pochi istanti, risveglia le memorie cellulari del nostro corpo. Spesso ci indica anche la strada per amare senza chiedere, senza elemosinare attenzioni, a volte anche dai più piccoli, dai nostri figli, che sono come le spie di un cruscotto, pronte a segnalare qualche potenziale avaria del sistema.

Dunque, ci sono persone felici?
Ci sono due tipi di persone: quelle felici e quelle che ancora non sanno che è possibile esserlo!

(*) L’orientamento sistemico spiega il comportamento dell’individuo focalizzandosi sull’ambiente in cui è vissuto, sulla rete di relazioni significative delle quali è parte e sulla famiglia. L’approccio sistemico ha totalmente modificato il modo di considerare il sintomo, la diagnosi e il trattamento operando una ridefinizione in termini relazionali.

(**) Durante la crescita riceviamo condizionamenti che ereditiamo acriticamente dal nostro ‘clan’ familiare o che acquisiamo dalla nostra personale esperienza di vita.

(***) Imparando a creare spazio dentro di sé per poter respirare al cospetto di eventi ed esperienze che ci sono apparse, inizialmente, come disturbanti, smettiamo di vincolare la nostra felicità agli eventi esterni e ci riscopriamo liberi di essere felici.

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Articolo di Sibilla Iacopini per generazionebio.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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