La paura dell’abbandono è quasi sempre alla base di relazioni conflittuali

La paura dell’abbandono è una delle maggiori cause di malessere e infelicità.

All’origine di questa sofferenza, c’è quasi sempre una brutta esperienza che risale al periodo prenatale, alla prima infanzia e all’età prepuberale. Dietro a questa percezione non vi è per forza un abbandono effettivo. Si può trattare di un padre assente, di una madre oberata di lavoro, di una coppia di genitori ossessivi, dell’arrivo di un fratellino, di una trasferta di lavoro di uno dei genitori, della morte di un nonno a cui si era particolarmente legati.

Il senso di abbandono è una percezione che ha il bambino.

In genere prende forma durante l’infanzia, quando la madre inizia a prendersi un po’ meno cura del bambino, perché è stanca, perché ha meno tempo. Questa paura inizia a germogliare a livello inconsapevole creando nella persona la sensazione di non poter sopravvivere senza questa persona adulta. A quel punto, quella paura si riattiva ogni volta che una persona, magari il partner, manifesta una certa distanza.

Chi ha vissuto durante l’infanzia la paura dell’abbandono più fortemente rispetto ad altri, spesso continua ad avere questo timore anche da adulto.

Mancanza di amore

La mancanza di amore può provocare nel bambino un senso di colpa inconscio. Il bambino fa di tutto per attirare l’attenzione su di sé, per capriccio o per rabbia. Come conseguenza, questo susciterà la disapprovazione della madre, reazione che sarà interpretata come l’ennesimo rifiuto. Il senso di colpa nasce dall’idea che se non si è stati amati è perché non si è degni di ricevere amore.

Madre iperprotettiva

L’iperprotezione materna è caratterizzata da un eccesso di attenzioni verso il bambino. Proteggendo in maniera ossessiva il figlio, la madre crea una relazione di dipendenza. La dipendenza emotiva si esprime on la necessità di essere costantemente rassicurati dal partner. La richiesta è così costante che alla lunga genera stanchezza all’interno del rapporto, che richiede continue e plateali dimostrazioni d’amore. La relazione finisce e il senso di abbandono subentra successivamente.

Bambini separati dalla madre

La separazione di un bambino da sua madre è dannosa. Il bambino amato costruisce relazioni sane con il suo ambiente circostante. Il bambino abbandonato sarà distrutto dal suo bisogno costante di riparare alla sua mancanza di autostima. Come conseguenza, da grande accuserà gli altri di non prestargli attenzione.

Questa paura ha delle conseguenze e si manifesta, a volte, come una vera e propria fobia.

Spesso si prova un eccesso di gelosia: la paura dell’abbandono è così potente che la persona fa di tutto per assicurarsi di non essere abbandonata. Questo porta a rapporti estremamente conflittuali.

Il bambino cresce con l’idea di poter essere abbandonato e, per compensare a questo rischio, spesso si adatta a qualunque cosa per essere certo di non dover vivere quella situazione.

Spesso allora farà di tutto per soddisfare le esigenze di chi lo circonda e non le sue. Oppure rifiuterà qualsiasi tipo di impegno lungo termine, che sia un rapporto di amicizia, una relazione d’amore o una collaborazione di lavoro. Rischierà di diventare dipendente da alcol, sesso e gioco d’azzardo.

Si può uscire da questo schema e guarire la paura dell’abbandono?

La risposta è sì. Guarire è indispensabile, perché cercare continuamente di compensare la mancanza di nutrimento emotivo esaurisce e non porta alla felicità. Si tende, in genere, a trovare un partner che ha scarse manifestazioni affettuose, oppure qualcuno che le ha ma a cui si chiede sempre di più (per colmare le carenze del passato), fino ad esaurire le sue risorse.

Guarire dalla sindrome dell’abbandono è complesso e ogni caso deve essere affrontato in maniera individuale, studiando il vissuto della persona, ciò che può averla generata.

Occorrerà andare a lavorare sul trauma vissuto o percepito. Si renderà indispensabile stimolare l’autostima, così da migliorare anche i rapporti interpersonali. Un approccio energetico a questo tipo di problematica si è dimostrato molto efficace.

Affrontando questa problematica attraverso la cromopuntura – tecnica definita anche come psicologia non verbale dal suo inventore Peter Mandel – è possibile sciogliere, attraverso le proprietà della luce, il trauma, migliorare l’immagine di sé, sviluppare la fiducia in sé stessi, imparare a gestire le emozioni. Il tutto, attraverso somatotopie mirate che sfruttano le zone riflesse sulla cute per inviare, tramite la stimolazione della luce colorata e quindi di precise frequenze, un’informazione di regolazione alle cellule, dove questi ricordi traumatici sono stati registrati. Per saperne di più: clicca qui.

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Articolo di generazionebio.com
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