Le esperienze della nonna lasciano un marchio sui nostri geni

Se si chiedesse a Darwin e a Freud di spiegare come mai un figlio si trova in una situazione spiacevole, il primo parlerebbe di cattiva eredità genetica, mentre il secondo di una cattiva madre.

Queste due posizioni opposte , una più legata alla natura e l’altra all’educazione – per dirla in un altro modo biologia e psicologia – hanno per almeno un secolo spiegato da diversi punti di vista come alcuni comportamenti si sviluppano e persistono, non solo in un singolo individuo, ma attraverso le generazioni.

Molto più di recente, è stata forgiata una nuova sintesi rivoluzionaria, che spiega come le esperienze di vita sono in grado di influenzare direttamente i geni. Non soltanto le proprie, ma anche le esperienze della madre e della nonna.

Ad elaborare questa tesi sono stati Moshe Szyf, biologo molecolare presso la McGill University di Montreal e il neurobiologo Michael Meaney.

Già dal 1970 i ricercatori sono al corrente del fatto che il DNA che si trova nel nucleo di ogni cellula hanno la necessità di informazioni extra per sapere su quali geni agire, se una cellula cardiaca, una epatica o una cerebrale. Questo elemento è rappresentato dal gruppo metilico, un elemento strutturale comune delle molecole organiche. Questo gruppo funziona come il segnaposto di un libro, che permette al DNA di selezionare quale pagina – nella fattispecie quale gene – è necessario per quella particolari proteine della cellula. Essendo i gruppi metilici attaccati ai geni, visto che si trovano accanto ma separati dal codice a doppia elica del DNA, questa area di studio è stata definita epigenetica.

Originariamente si era convinti che questi cambiamenti epigenetici si verificassero solo durante lo sviluppo del feto. Studi più recenti hanno invece dimostrato che qualcosa può succedere al DNA anche in età adulta, scatenando una cascata di cambiamenti nelle cellule che possono anche innescare il cancro. A volte succede a causa della dieta. Altre il fenomeno dipende dall’esposizione a determinate sostanze chimiche. E’ stato scoperto che i cambiamenti genetici si possono tramandare di padre in figlio, una generazione dopo l’altra.

Ma c’è molto di più. I due ricercatori hanno preso in considerazione l’ipotesi che anche delle esperienze come abbandono del minore, abuso di droghe o altre gravi sollecitazioni possano stimolare dei cambiamenti epigenetici. La questione si è rivelata essere alla base di un nuovo campo ancora più specifico, quello dell’epigenetica comportamentale. Secondo questa nuova area di studio, le esperienze traumatiche del nostro passato, o del passato dei nostri antenati più prossimi, possono lasciare delle cicatrici molecolari nel DNA. Si può pensare ad ebrei i cui nonni sono stati nei campi di concentramento, ai cinesi i cui nonni hanno vissuto le devastazioni della rivoluzione culturale, ai giovani immigrati africani i cui genitori sono sopravvissuti ai massacri, agli adulti di ogni etnia che sono cresciuti con genitori alcolizzati: tutti possono portare con sé più di un semplice ricordo.

Anche se vengono dimenticate, queste esperienze si depositano in profondità, diventano parte di noi, un residuo molecolare che si tiene saldo alla nostra struttura genetica. Il DNA rimane lo stesso, ma le tendenze comportamentali e psicologiche vengono ereditate. Questo significa che dalla nonna si possono ereditare non soltanto i suoi tratti fisici, ma anche la depressione causata dalle mancanze vissute da lei nella sua infanzia.

Al contrario, un’esperienza può anche rafforzare l’eredità genetica. I meccanismi epigenetici non sono solo relegati a deficit e debolezze, ma anche a forza e resilienza.

Le persone sono tutte diverse una dall’altra. Il modo di agire, di comportarsi, l’essere ottimisti o pessimisti. Che cosa provoca questa diversità?
Supponendo che un cambiamento nella metilazione del DNA potesse essere causato dal comportamento materno, furono avviati diversi esperimenti sui ratti. Vennero selezionati dei ratti madre molto attente o molto distratte verso i loro piccoli. Una volta che il cucciolo aveva raggiunto l’età adulta, i ricercatori hanno analizzato il suo ippocampo, la regione del cervello responsabile della regolazione della risposta allo stress. I cuccioli delle madri disattente si scoprì che i geni che regolavano la produzione dei recettori glucocorticoidi, che modulano la sensibilità allo stress degli ormoni, erano altamente metilati, cosa raramente riscontrabile negli altri cuccioli.

Ovviamente, per dimostrare la validità dell’esperimento, i ricercatori ne condussero un altro. Fino ad arrivare ad un terzo, per mettere a tacere tutti gli scettici con delle prove schiaccianti. Lo studio è stato pubblicato nel 2004 sulla rivista Natura Neuroscience e dimostra quella che è l’eredità post-natale.

Nel 2008 gli studi sono proseguiti sull’uomo. Il cervello di persone che avevano commesso suicidio è stato messo a confronto con quello di persone morte improvvisamente per fattori diversi. Nei primi, è stato riscontrato un eccesso di metilazione dei geni nell’ippocampo. Se le vittime avevano subito abusi da bambini, il loro cervello appariva più metilato. Ecco perché a volte sembra impossibile dimenticare, lasciare andare la rabbia e comprendere dei comportamenti dannosi da parte dei genitori.

La scoperta secondo la quale l’amore di una madre può fare la differenza nella vita di un bambino non è una novità, ma la capacità di cambiamento epigenetico che persiste attraverso le generazione resta oggetto di dibattito. La metilazione si trasmette direttamente, attraverso l’uovo fecondato, oppure ogni neonato viene alla luce puro, vergine di metilazione?

Gli studi per trovare una risposta chiara proseguono.

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Fonte

Articolo di generazionebio.com
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