Il Natale nell’era di chi non ha mai tempo per sé

natale-tempoNon esiste più il Natale di cui abbiamo memoria, o di cui ricordiamo racconti che non ci appartengono.

A un certo punto bisogna avere la schiettezza di ammettere che, forse, nessun Natale ci ha visti veramente felici. Vuoi perché quando siamo felici non ci rendiamo conto di esserlo, vuoi perché a molti le feste amplificano solo la percezione di quanto quotidianamente non ricevono, non hanno.

Allora non cancelliamolo, il Natale, semmai trasformiamone il senso, aggiornandolo a quello che siamo diventati, senza giudicare i cambiamenti che nel bene e nel male ci hanno portato dove siamo.

Natale.

Prendiamolo come un aggettivo, e non come un sostantivo.

Non “il” Natale, ma semplicemente ‘natale’, con la lettera minuscola: natale = proprio di ciò che dà i natali. Come una nazione, un paese.

Proprio del luogo (ma anche del giorno) in cui si è nati.

Facciamone il ricordo, dunque, delle nostre radici, del legame coi primi, fondamentali elementi.

Aria, terra, acqua, il calore del fuoco, delle luci, il colore di tutto ciò che attira i nostri sensi inoculandoci nelle vene il fuggevole e indimenticabile sentore della magia.

Per chi crede, che il Natale continui ad avere il significato di sempre.

Ma per chi non riesce a credere, chiediamo venia: non siamo atei a cuor leggero, dissacratori a oltranza o profanatori del valore della Vita.

Spesso è vero proprio il contrario. Sarebbe tutto più facile se riuscissimo a credere.

Ma dietro una grotta, un cielo stellato, un bue e un asinello, ognuno di noi vede qualcosa che neanche saprebbe definire a se stesso e che è profondamente diverso da quello che possono vedere tutti gli altri: vede chi non c’è più, vede chi se n’è andato, vede chi non risponde, vede chi non arriva.

Chiamiamola fede o assenza di fede: dietro le statue c’è sempre un abisso, e ognuno lo riempie come vuole.

Non sprechiamo tempo a rimpiangere un’armonia passata che quando era presente, vista da vicino, magari non sembrava poi tanto migliore di ciò che abbiamo adesso; non sprechiamo energie a dividere i devoti da chi si astiene.

E non sprechiamone neanche a chiederci perché non riusciamo mai a fare a meno di ciò che non è più in grado di darci gioia.

Valutiamo il presente per quello che può essere di esso salvato e rilanciato, sfidiamoci a dare un senso nuovo a ciò che evidentemente ha esaurito la sua carica, il suo compito.

Non credere più nelle ricorrenze come il Natale non significa non apprezzarle, significa che, rispetto a uno spirito di festa, è più forte la serpeggiante insoddisfazione che ci prende nell’affrontare ogni anno rituali che sembrano sempre più perdere terreno rispetto non solo ai tempi, ma alle nostre reali esigenze.

Crescendo ci siamo allontanati dalle nostre radici. Non solo della nostra famiglia, del nostro paese. Ma essenzialmente di noi stessi. Delle nostre passioni, di ciò che davvero – Natale o non Natale – ci renderebbe ancora felici.

Ci siamo allontanati soprattutto dalle radici del tempo che dedichiamo a noi stessi – da non confondere con quello che dedichiamo ai divertimenti che viviamo come il risarcimento o la gratificazione degli impiegati.

Ci siamo allontanati dai rapporti che vorremmo coltivare, dai percorsi che vorremmo intraprendere, anche solo per gioco, per capire se e di cosa, volendo, siamo ancora capaci.

Chi nasce ha il sacro e inviolabile diritto di disporre del proprio tempo.

Solo così avrà senso regalarlo, come un dono.

Questi tempi ci costringono invece a svendere il nostro tempo, a farne una stoffa per rattoppare gli strappi che incontriamo lungo le traversate di un giorno, di un mese, di anni e di una vita intera.

In questo modo arriviamo a pensare che il nostro tempo non ci appartenga e che disporne a nostro piacimento sarebbe un lusso, un tradimento, una deroga alla funzione che abbiamo finito per dargli: quella di un deposito di energie che continuamente rasenta il lastrico.

È proprio questo che ci rende per tutto l’anno e tutti gli anni nervosi, stressati, amareggiati. E la consapevolezza di questo, paradossalmente proprio sotto l’albero o davanti a un presepe, ci prende allo stomaco.

È Natale solo per chi è sereno con se stesso, ecco perché molti non solo non rispettano più “le tradizioni”, ma le rigettano.

Non è solo questione di tempi che cambiano: è proprio lì – in quell’abisso dietro il bue e l’asinello che a ognuno parla in modo diverso – quella sensazione che nonostante tutte le medaglie che possiamo vantare nell’essere valsi agli altri, nonostante i regali e il sorriso di chi amiamo, il nostro tempo non ha ancora avuto l’onore di veder nascere il nostro valore più autentico.

Ci hanno insegnato a mettere al primo posto la generosità, l’altruismo.

Ma hanno omesso un passaggio.

Quello di raccomandarci di nascere – prima di tutto – a noi stessi, di capire chi siamo indipendentemente da chi e cosa abbiamo intorno.

In questo buio solo il desiderio di esprimere le nostre passioni può guidarci. È proprio questa forma di egoismo a portarci a maturare una generosità piena e gratuita, una generosità che è la conseguenza e non la premessa di un cuore ricco.

Così come è la consapevolezza del vuoto sotto tutti i nostri impegni a portarci a dare un senso più profondo a una ricorrenza come quella del Natale.

Che sia un ritorno al momento in cui siamo nati.

Osiamo guardare a noi stessi come guarderemmo oggi alla nascita dei nostri figli.

Il nostro sguardo è unico.

Alla fine saremo gli unici a perdercelo. Una fregatura, no?

Assistiamo ora alla nostra nascita e promettiamoci solennemente che smetteremo di non-esserci, per noi, ogni volta che staremo male, ogni volta che saremo stanchi, ogni volta che non avremo voglia di festeggiare, di lavorare, di cucinare, di uscire, di restare.

Buon natale, allora, buon dì natale di qualunque nuova occasione vogliate regalarvi!

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Articolo di Margherita Cardetta per generazionebio.com
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Margherita Cardetta

Margherita Cardetta

Margherita Cardetta è nata a Gioia del Colle il 3 luglio 1978. Dopo la maturità classica ha proseguito con gli studi umanistici conseguendo la laurea in Lettere Moderne e una Laurea Triennale in Filosofia, presso l’Università di Bari. Parallelamente ha continuano ad arricchire e a stimolare la sua vita anche al di fuori degli ambiti accademici, considerando proprio la vita di ognuno di noi la vera università e il vero banco di prova per qualunque ricerca, da portare avanti con interesse e passione, per trovare la “chiave magica” per la serenità dell’anima.

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