AYAHUASCA E L’ISOLA CHE NON C’E’

myst-ayahHo un braccialetto, da un anno, uno dei pochissimi gioielli che riesco a tenermi fissi addosso: è un filo sottile d’argento, con un unico charm: una casetta. Penso sempre che le persone, se lo notano, pensino sia un riferimento alla maternità, alle virtù tradizionali del femminile… invece a me piace perché quando lo guardo mi fa sorridere l’idea che sia il simbolo di un simbolo. La stilizzazione del concetto ‘casa’, nel senso di dimora, che è un riferimento alla ‘casa’ celeste, nel senso di anelito verso il divino.

Ho fatto la mia settima cerimonia di Ayahuasca, ed è arrivato il momento di scriverne.

Ayahuasca è una bevanda che viene preparata cuocendo due piante sacre, ed è utilizzata in un contesto rituale dalle popolazioni amazzoniche da almeno 2500 anni. E’ considerata potentemente allucinogena. Alcuni ‘ayahuasqueri’ la portano in giro per il mondo, in modo da dare anche a chi non fa parte di quelle culture la possibilità di incontrarla.

Ayahuasca fa molta paura a molti, perché ha fama di essere assai potente, e molti fanno fatica a distinguere tra ‘droga’ e ‘medicina’. O forse in realtà le distinguono, e una ‘medicina potente’ fa ancora più paura, perché una droga potente la scelgono in tanti, mentre sono ben pochi quelli che scelgono la guarigione in modo massivo. Facciamo del nostro meglio affinché nelle nostre vite si crei il meno possibile, e il cambiamento avvenga lentamente. Perché mai, quindi, scegliere qualcosa in grado di trasformarci in una notte..?

La prima volta che ho partecipato a una cerimonia, mi sono prestata a tutta la ritualistica e poi mi sono sdraiata lì, in attesa che succedesse qualcosa. A lungo ho pensato ‘non sta succedendo niente’, questi qui se li sognano, i viaggi sciamanici. La partenza è stata graduale: ho cominciato ad accorgermene perché ho notato, a un certo punto, che non riuscivo più a formulare pensieri. E’ stato… ohibò. Non ho quasi alcuna esperienza con sostanze psicoattive. Non sono fumatrice, mi sono ubriacata una sola volta nella mia vita, sono un tipo da the verde piuttosto che da caffè. Ma non mi ha fatto paura: dopo poco Ayahuasca mi ha salutata, ed è stato ‘ci rincontriamo, finalmente’.

Tradizionalmente, i rischi dei viaggi fuori dal corpo sono connessi all’idea che il posto dove vai ti piaccia talmente… da non voler più tornare. Mi è successo qualcosa del genere: del mio primo viaggio ricordo, a un certo punto, di aver avuto sete. Sentivo che il corpo voleva bere, ma mi era un po’ difficile allungare la mano verso la bottiglia dell’acqua. Mentre mi decidevo a farlo ho pensato: in fondo qual è la cosa peggiore che potrebbe accadere? Potrei morire. Tanto, se è così che si sta senza corpo, per me va bene..! In un qualche modo difficile a rendere a parole, poco dopo mi sono riconciliata con la nostra dimensione terrena sentendo le voci dei miei compagni, in un momento in cui io non sarei riuscita a parlare: ho percepito il valore dell’esperienza umana, in quelle voci, molto più grande e vibrante di prima, lo spazio dove avviene un’evoluzione che va in avanti. Sono tornata piena di gratitudine.

Dopo Ayahuasca, ho cominciato a leggere la mia vita come ho sempre fatto coi sogni. La frequento con l’intento di inseminare la mia realtà quotidiana con spiragli di quella dimensione. E’ una scuola a puntate. Ogni volta sai, limpidamente e immutabilmente, che non potrai portare questa bellezza tutta intera agli altri, perché quando sarai tornato avrai solo le parole. Le parole a due dimensioni.

Ayahuasca può costare molto cara, ed è giusto che sia così. Per vedere, è giusto che richieda qualcosa in cambio. Per me è la disponibilità a berla, per dirne una. Il sapore è tremendo, con quel fondo di liquirizia (che detesto) e la consistenza limacciosa. Quando è andata giù, e mi sono sciacquata la bocca, per me è tutto in discesa. Mi metto comoda, in uno stato di gioiosa anticipazione, pronta a partire. Non ho punti di vista, accetto tutto quello che viene. Per altri è la nausea e il vomito che spesso si presentano. In cerimonia senti i compagni vomitare, ognuno nel suo secchio, e stranamente non provi ribrezzo, ma gratitudine. Percepisci che stanno ripulendo e rilasciando qualcosa che riguarda anche te, stanno facendo quel lavoro e quel sacrificio anche per te. La leggerezza e la trasformazione che sentirai il giorno dopo non sarebbero le stesse, senza quel lavoro.

Per la gran parte delle persone credo che il prezzo da pagare sia l’affidarsi. Vincere la paura: che sia pericoloso, che non ci siano incidenti, che non si vada a stare male per niente, che non sia una maniera chic e alla moda di chiamare un gruppo di persone che si riunisce per drogarsi.

Non consiglierei mai Ayahuasca a nessuno; offro solo la mia esperienza e il mio entusiasmo. Mi sorprendo nel sentire le reazioni dei miei amici: molti dicono bello bello, ma fallo tu, altri si preoccupano per me, vogliono essere rassicurati e si informano se dà dipendenza e se ci sono postumi spiacevoli, e trovo anche obiezioni tipo bello, ma so che le stesse cose le posso raggiungere anche senza prenderla e voglio farcela da solo.

Come se il chiedere e il ricevere aiuti non faccia in sé parte del cammino.

La maggior parte mi risponde, molto onestamente, che non se la sente, e non c’è spiegazione razionale o racconto che possa sostituire quel moto naturale d’affinità che è il ‘sentirsela’. Io non me la sono sentita per anni. Sapevo che mi stava chiamando, ma la mia attitudine al controllo mi teneva ben distante: l’idea di prendere qualcosa e una volta che è dentro scopri che cosa ti fa mi è sempre apparsa spaventosa e mi ha tenuta lontana da tutte le droghe. Poi ho imparato a chiedere al corpo, per tutto ciò che lo riguarda e mi è arrivato un sì talmente gigantesco da farmi decidere senza più timore.

Tutto quello che ho studiato, ricercato, letto e intuito a proposito di spiritualità, trova in questa esperienza una dimensione pratica. La mente, così presente ogni giorno, si fa da parte. Il corpo è lì… ma non è quello che sono. Sei nella stanza, ma connesso con tutto il resto. Vedi la realtà al di là delle forme, che è il reale proseguimento dell’espressione ‘aldilà’. E’ qua. Siamo qua.

Il viaggio con Ayahuasca è senza dubbio l’esperienza più ‘altra’ che mi sia capitata di fare, e allo stesso tempo, durante la cerimonia, ho anche un senso di ‘beh, ovvio no?’. Come se tutte quelle cose le conoscessi già, profondamente, e bastasse far cadere qualche velo per ricordarmene. A volte si sente dire che la magia può avvenire solo al di fuori della tua zona di comfort. Beh, questo è proprio parecchio, ma parecchio al di fuori: del comfort, della mente, del corpo…

C’è anche ‘chiedi e riceverai’, così bistrattato, perché le persone chiedono, non ottengono quello che vogliono velocemente, e allora dicono che non funziona. Con Ayahuasca può essere lo stesso, se hai ancora bisogno di imparare che a) quello che chiedi difficilmente avrà la forma che ti aspetti e b) se chiedi con uno spirito di aspettativa e di pretesa, come se qualcuno ti dovesse qualcosa… preparati ad aspettare a lungo. Se invece hai capito il trucco, che la chiave è la gratitudine, che la serratura sei tu (e viceversa), che più lo rendi importante più è denso, e più è denso più è lento, allora potrebbero succederti i miracoli; ad ogni singola cerimonia.

So che, passato qualche giorno, la memoria della cerimonia nei suoi aspetti più sottili tenderà a mettersi sullo sfondo, soppiantata dal circo dei pensieri e dalle occupazioni giornaliere. Come quando parli con gli scettici, abituati a razionalizzare ogni aspetto della vita e gli chiedi se hanno mai avuto un’esperienza ‘inspiegabile’. Di solito sì. Quasi tutti abbiamo visto e sentito cose che poi, per tornare alla normalità, abbiamo rimpicciolito fino a farle rientrare, alla bell’e meglio, nel pensiero razionale. E Ayahuasca nel pensiero razionale ci rientra, ma come il dito che indica la luna, o la cima di ancoraggio del vascello che porta all’isola che non c’è.

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Articolo di Sibilla Iacopini per generazionebio.com
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Sibilla Iacopini

Sibilla Iacopini - Pittrice e life coach orientata alle relazioni, esploratrice del femminile e del territorio simbolico e archetipale per parole e immagini.