LA REALTA’ CHE CI OPPRIME E’ FATTA DI NIENTE

realta-opprimeSpesso leggiamo: per cambiare le cose, cambia il tuo modo di guardarle.

E pensiamo: tutte frasi fatte, figlie di un pensiero positivo che nulla ha da spartire con l’umore dominante mio e di milioni di persone che a pensar bene per più di un’ora a settimana non ce la fanno.

Ve lo ricordate Pirandello?

Vi ricordate qualcosa della storia dell’arte e della filosofia del Novecento?

Furia, destrutturazione, esaltazione e smarrimento, nichilismo, contaminazioni e fenomenologia, disincanto.

Spesso chiudiamo i libri di scuola prima che ci possano arrivare al cuore, spesso la scuola punta su autori che non parlano al cuore della nostra testa, spesso il cuore che ci pulsa in testa e la testa che tiene in scacco il nostro cuore non credono che le cose, così come stanno, siano in realtà cambiate da tempo: siamo noi che non ce ne siamo accorti abbastanza.

Abbastanza da immaginare che persino la scuola, il più delle volte suo malgrado, possa covare il germe della rivoluzione.

A volerlo vedere, certo, a credere possibile il riuscire a trovarlo.

La più grande rivoluzione mancata del Novecento rimane ancora sostanzialmente incompresa.

Quella di far passare un solo concetto, radicale, increscioso: la realtà che ci uccide è fatta di niente.

La realtà che ci soverchia, che ci frantuma, che ci opprime, che ci sedimenta in mille finzioni, che ci sfianca e trastulla.

È un continuo sovrapporsi di istantanee che ci confondono, che ci ipnotizzano, e mai ci renderemmo conto, da soli, lasciati ai nostri giochi al massacro quotidiano del  tempo, che tutta questa materia che abbiamo intorno e addosso è solo un profilo incerto, ininterrottamente spezzato, una somma di roba che non arriva mai a chiudere, a concludere, a consegnarci – in forza solo di se stessa – un’unità e un’identità da misurare e di fronte alla quale misurarci.

Ci misuriamo col niente fino a quando non decidiamo che nome, forma, consistenza e compito dare a questo niente.

E allora questo niente pare qualcosa.

Ma a quel punto dimentichiamo la parentela che ci accomuna, e solo così riusciamo a parlare di mondo, reale e incombente, estraneo e colpevole.

Come se fossimo organismi messi insieme uno per conquistare o mancare l’altro.

Come se fossimo qualcosa di ineluttabile, il mondo e noi.

È proprio così?

La facoltà di illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi è destinata a scoprirsi illusione di domani

Perché una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile

Sono brani estratti da “Uno, nessuno, centomila“. È un romanzo breve, leggerlo non porta via tanto tempo.

Per giunta si trova facilmente, addirittura in edizioni economiche, in tutte le librerie.

Da prima che nascessimo.

Per i diamanti i caveau sono sprecati: si nascondono meglio dove si può trovare di tutto, proprio sotto il nostro naso.

Eh, ma il gesto di prendere tra le mani il libro, di aprirlo e di iniziare a leggerlo e di resistere fino ad arrivare in fondo, è un gesto che costa volontà.

Non fatica, non curiosità: a queste sensazioni siamo abituati.

È alla volontà che non siamo abituati.

Perché il tempo è presidiato, ci scorre a blocchi, in compartimenti stagni, e ci raziona in briciole di disponibilità – per il resto siamo troppo occupati, colonizzati.

Ecco perché leggere, ascoltare, vedere, sentire, INCONTRARE, sono gli avamposti di ogni rivoluzione possibile.

Perché lasciandoci continuamente controllare della percezione delle cose più facile – funzionale al tempo che ci precipita verso il prossimo impegno – non potremmo mai accorgerci della discontinuità, delle incongruenze, delle assurdità che tarlano un materiale in cui, nonostante tutto, continuiamo a credere.

Siamo disposti a tutto, pur di non cedere al sentore atroce che ci stiamo indaffarando sullo sfondo del niente. Tutto, pur di risparmiarci l’angoscia che precede e fonda l’unica domanda sensata: ‘ma allora, cosa sto facendo?’

Lasciamo perdere le domande filosofiche, è proprio di questo che stiamo parlando, ma spesso la filosofia intralcia se stessa solo a chiedere il permesso, meglio darle asilo in incognito.

Stando così le cose, come posso cambiare il mio modo di vivere?

Come posso fare in modo che la verità – che riconosco solo quando riconosco di stare male – non resti sullo sfondo, ma diventi verità nella mia vita, della mia vita, nel mio concreto e spicciolo approccio ad essa?

Un conto è pensare a quanto viene scritto da un autore. Un altro conto è pensare ‘con’ quell’autore.

Leggere, è questo. Vedere, è questo. Ascoltare, è questo.

Non ‘passare il tempo’, ma consegnarsi a una sorpresa, restare ‘con’ chi si legge, si vede, si ascolta, si sente, si incontra. Regalare se stessi alla possibilità di essere sorpresi.

Per questo leggere, ascoltare, vedere, sentire, costano volontà, e per questo possono rivoluzionare tutto.

Per questo ne siamo attratti ma anche ‘disturbati’.

Per questo li cerchiamo disperatamente negli altri: la capacità di ascoltare, di vedere, di sentire, di leggere in noi stessi quello che noi stessi non vogliamo prenderci la responsabilità di dire.

E, come scusa, opponiamo al mondo il tempo che il mondo stesso ci ha già occupato e colonizzato, il tempo che non ci basta per accorgerci di un diamante e per abbordare una realtà completamente diversa.

Perché è questo il rischio: da certi libri non si esce indenni. Da certi quadri, da certi film, da certi versi, da certi sguardi, da certe inclinazioni del piano di scorrimento verso il niente.

A capire che abbiamo tutto il Novecento alle spalle che ci sbuca tra un frammento e l’altro – a testimonianza delle nostre ostinate fughe – rischiamo di rinunciare veramente a questo mondo.

È che non vogliamo farlo.

La familiarità ci è cara.

Il morboso legame con il nemico portatile. Tanto odiato eppure così amato nei momenti di trapasso da un impegno all’altro.

Quella rassicurante sensazione di aver fatto il proprio dovere, di aver terminato la fatica del giorno anche oggi, di esserci guadagnati il pane, le ferie, la vacanza, il nuovo amore, l’ultimo modello di smartphone, il rispetto e la gratitudine, gli stessi che se vengono a mancare ‘il mondo è una fogna bastarda che merita il mio disprezzo’.

Ecco a cosa dovremmo rinunciare, a voler renderci disponibili a capire veramente le cose: a noi stessi,

a come un mondo solido e tendenziosamente prevedibile ci ha creati.

Alle nostre irritazioni da intrattenimento, alle nostre consolazioni, ai nostri collaudati automatismi di tensione e di rilascio della tensione, al nostro quotidiano stordimento seguito dalla speranza di dimenticarci che è già arrivato un altro giorno, l’ennesimo giorno.

Questa non è vita, ma è come ci dipingiamo il vuoto, l’assenza di sostanza, a cui Pirandello, Husserl, Picasso e altri come e diversamente da loro, continuano a riferirsi – a voler loro dedicare il nostro tempo già promesso, impegnato, svenduto e duramente ricomprato.

È precisamente tutto questo pieno di materia e di tempo, di emozioni furiosamente scomposte, il tessuto di un mondo fatto di niente.

Pensiamo pure che la letteratura, la filosofia, l’arte e le arti siano un lusso per menti astratte o pigre, ‘disimpegnate’, spettacolo di fumo in una dimensione che non riguarda tutti – rigidamente contrapposta al mondo che è di tutti, che tocca a tutti.

Pensiamo pure di poterne fare a meno, di poterle sostituire con materie scolastiche più “comprensibili e utili”, ma non facciamo passare questo per una conquista, perché è solo uno “stare al passo coi tempi”.

Stare al passo coi tempi non è emanciparsi, evolvere, superare gli altri che banalmente non accettano di cambiare: è consegnare se stessi al tempo che ci fraziona.

E, da che tempo è tempo, chi divide domina.

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Articolo di Margherita Cardetta per generazionebio.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Margherita Cardetta

Margherita Cardetta

Margherita Cardetta è nata a Gioia del Colle il 3 luglio 1978. Dopo la maturità classica ha proseguito con gli studi umanistici conseguendo la laurea in Lettere Moderne e una Laurea Triennale in Filosofia, presso l’Università di Bari. Parallelamente ha continuano ad arricchire e a stimolare la sua vita anche al di fuori degli ambiti accademici, considerando proprio la vita di ognuno di noi la vera università e il vero banco di prova per qualunque ricerca, da portare avanti con interesse e passione, per trovare la “chiave magica” per la serenità dell’anima.

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