IL SEGRETO DI DON PUGLISI: LA VERITA’ NON SI DIMOSTRA, SI CREA

veritaPer quanto saremo animati dai più edificanti intenti, non riusciremo mai a spiegare a chi non ha camminato nelle nostre scarpe – a chi non ha conosciuto e amato le persone che abbiamo conosciuto e amato e che abbiamo “appreso” e fissato attraverso il filtro della fiducia e mediante il mastice della gioia nel nostro sistema di credenze – la verità.

Lo sa bene don Pino Puglisi nel ritratto che il suo ex allievo Alessandro D’Avenia ha voluto dedicargli nel romanzo “Ciò che inferno non è“.

La verità è che la verità viene alterata consapevolmente, superficialmente, inavvertitamente. Viene alterata sempre, anche quando la si spiattella con la sensazione netta di non omettere nessun dettaglio di cui si sia a conoscenza.

La verità non può che essere autoreferenziale e diventa persino suo malgrado menzogna là dove si tenti di spiegarla, di dimostrarla, per il semplice fatto che ognuno di noi ha da attraversare proprie insostituibili esperienze per maturare quel mucchio di considerazioni che poi andranno a plasmare il proprio credo, la catena di ragioni inaffondabili per cui di fronte a un campo di grano e papaveri vedrà un quadro in movimento, piuttosto che un lavoro che spacca la voglia negando la gratificazione più semplice, piuttosto che un mondo per cui è finito il tempo o l’impietoso ciclo naturale delle vite che non si capisce se sia resistenza alla distruzione o punizione per ogni speranza.

Anche questo, come tutti i romanzi, è una consapevole menzogna: eppure Pino Puglisi, il “prete anti-mafia di Brancaccio”, è una persona esistita, veramente. Eppure D’Avenia è stato suo allievo, veramente. D’Avenia ora è uno scrittore, un ‘romanziere’, e come tutti i migliori ‘romanzieri’ sa che l’uomo che ha conosciuto e che tanto ha amato, che lo ha segnato, non potrà mai essere ‘spiegato’. Sa parlare della verità senza pretendere di dire più di quanto non dica il proprio punto di vista. Sa parlare di quella verità che certe operazioni artistiche, denunciando la propria natura mistificatrice, hanno il pregio di lasciar emergere come un naturalissimo riflesso per gli occhi di chi starà guardando, piantato nelle proprie scarpe, distratto per un momento dalla morsa delle proprie ragioni.

Solo così si può sperare di comunicare qualcosa, compresa quella che riteniamo essere la verità: sapendo e accettando di finire nella verità di qualche altro, come fossimo personaggi di un contesto su cui non avremo alcun controllo.

Sarà l’altro a decidere cosa farne dell’impatto che potremmo avere su di lui, dovessimo pure avere da offrire quella che per noi è la verità più preziosa.

Puoi essere un genio, il migliore oratore mai esistito, il padre più generoso del mondo: in ogni caso devi passare dall’attenzione che chi hai intorno e di fronte è disposto a darti, e quell’attenzione dipenderà totalmente dalla ragione che persone che non sei tu daranno a se stesse per starti a sentire, vedere, leggere.

Gli altri ti incontrano incidentalmente: per stare con te, per restare con te, devono avere una ragione. È questa la verità. Quella ragione è la verità. Quella ragione che non potrai conoscere, né tanto meno comprendere. Se scelgono di restare, allora e solo allora le tue parole, il tuo racconto ispirato dalla tua verità, possono varcare l’impalpabile cortina d’acciaio innalzata contro tutto ciò che per il lettore, per chi ascolta, per chi guarda…verità non è.

È nella nostra attenzione che si forma ciò che implacabilmente ci guiderà ogni volta che saremo addormentati e la cortina d’acciaio si ridesterà silenziosa e maestosa. Sono istanti determinanti, il compito degli scrittori non è quello di coglierli, ma di crearli.

papavero

Si può creare la verità? È don Pino, attraverso la sua tenace resistenza al degrado di un luogo che sembra disegnato apposta per non tollerare deroghe alla verità della violenza, a svelare a Francesco, all’Autore stesso, a noi che leggiamo, a chi di noi tratterà e ricorderà, il segreto:

Meraviglia e silenzio sono la verità di una storia. Se, una volta finita, si torna ai pensieri di prima o si prende subito la parola la storia è una cattiva storia, o è cattivo il narratore. Se chi ha ascoltato o letto rimane in silenzio, magari a bocca semiaperta, si può stare sicuri che quella è una buona storia e finirà col liberare qualcuno della prigione della disperazione o della noia, che sono la menzogna della vita. Per questo solo i bambini sanno ascoltare una storia, anche quando la storia è sempre la stessa, perché ad ascoltare la verità loro non si stancano mai

La parola verità è etimologicamente collegata all’atto dello svelamento, rimanda a ciò che non è (più) nascosto. Ma ad essere nascosto non è solo l’ordine causale dei fatti che hanno dato origine a qualcosa, la somma degli accadimenti e delle parole che hanno provocato tutte le verità di cui si possa tenere conto.

Ad essere nascoste, principalmente, sono le ragioni per cui si dovrebbe evitare di chiudersi alla verità degli altri quando la vita va avanti comunque – e andando avanti ci riguarda, sempre.

Ad essere nascoste sono le ragioni per cui chiudersi alla vita sia in realtà la menzogna più grande che potremmo raccontare a noi stessi, perché vorrebbe dire negare l’evidenza di un sole che a dispetto di tutti i mali ogni mattina torna a sorgere lo stesso.

E allora le ‘menzogne’ degli scrittori, dei registi, dei menestrelli di cui ci è stato raccontato, e dei nonni che forse da qualche parte ancora raccontano storie e favole, potrebbero essere l’unica verità che il nostro istinto di vita è in grado di riconoscere: una storia, non importa se vera, è la possibilità invincibile di cogliere un particolare a cui non stavamo facendo caso. Un particolare che di colpo tolga via un velo tra noi e il mondo, e lo renda meno scontato, un particolare che ci sottragga alla nostra verità per moltiplicare le nostre possibilità.

La verità è che senza percepire le nostre possibilità veniamo meno alla vita che siamo tutti dentro ogni privata corazza e ragione, anche quando la rinneghiamo, e vero è tutto ciò che anche mentendo ci invita a considerarlo, che ce lo ricorda, e che ci insinua la nostalgia di ciò che ci siamo stancati di aspettare.

Un popolo che non perde i suoi racconti ha qualche speranza di salvezza

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Articolo di Margherita Cardetta per generazionebio.com
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Margherita Cardetta

Margherita Cardetta

Margherita Cardetta è nata a Gioia del Colle il 3 luglio 1978. Dopo la maturità classica ha proseguito con gli studi umanistici conseguendo la laurea in Lettere Moderne e una Laurea Triennale in Filosofia, presso l’Università di Bari. Parallelamente ha continuano ad arricchire e a stimolare la sua vita anche al di fuori degli ambiti accademici, considerando proprio la vita di ognuno di noi la vera università e il vero banco di prova per qualunque ricerca, da portare avanti con interesse e passione, per trovare la “chiave magica” per la serenità dell’anima.

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