Il mito vegetariano: storia di una vegana pentita

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Oggi si parla moltissimo di diete, di riscaldamento globale, di inquinamento e di nutrimento del pianeta, di obesità e di altre problematiche della civilizzazione. Pochi però decidono di ricercare quali siano le vere radici di questi problemi.

Le scelte che portano ad adottare diete estreme sono nobili e onorevoli: la giustizia, la compassione, la spinta a voler cambiare e guarire il mondo, soprattutto di proteggere chi non ha voce e di non partecipare agli orrori degli allevamenti intensivi.

Lierre Keith, grazie alla sua ventennale esperienza come vegana e ambientalista, ha compiuto ricerche vaste e approfondite sul tema, imparando a conoscerlo a fondo, dopo avere pagato a caro prezzo gli effetti collaterali delle sue scelte estreme. La donna è stata vegana per quasi vent’anni, spinta da nobili ragioni come salvaguardare il pianeta e il desiderio di mangiare senza partecipare indirettamente all’uccisione degli animali.

Lierre Keith afferma di coltivare ancora oggi gli stessi valori e ideali, ma, dopo i danni che l’alimentazione estrema le hanno causato, danni irreversibili di cui paga ancora oggi le conseguenze, di avere aperto gli occhi. Ha sentito il desiderio di comprendere meglio la questione e di conoscere come funziona davvero il ciclo vitale. E’ così che si è accorta di essere stata vittima del mito vegetariano e dei suoi molti malintesi.

Ha compreso che l’agricoltura non è la soluzione ma, anzi, che questa può considerarsi una delle attività più distruttive imposte dal genere umano al nostro pianeta. Un sistema che comporta la distruzione di interi ecosistemi.

Lierre Keith ha scelto di diffondere queste sue nuove conoscenze attraverso le pagine di un libro che, coraggiosamente, ha deciso di intitolare IL MITO VEGETARIANO. Un libro difficile da scrivere ma anche e soprattutto da leggere.

Molti critici sostengono che chiunque mangia dovrebbe leggere questo libro: il nostro modo di alimentarci è infatti fondamentale per determinare quanto la nostra vita sarà lunga e ricca di salute.

Secondo l’autrice, oggi affetta da una patologia degenerativa delle articolazioni causata dalle restrizioni nutrizionali, siamo tutti fuorviati da informazioni diffuse in modo incompleto.

Un errore, ad esempio, è quello di ritenere l’allevamento intensivo come l’unico modo di allevare gli animali. Questa pratica, al contrario, viene utilizzata dall’industria alimentare da poco meno di 50 anni.

Un altro errore è quello di diffondere dati sul consumo di energia, calorie e quantità di essere umani non nutriti sulla base dell’idea distorta che gli animali mangino cereali. Questo tipo di alimentazione, pur essendo praticabile, non è quella con cui gli animali si sono evoluti: i cereali, fino a quando l’uomo non ha imparato a coltivarli, non esistevano. Eppure, il progenitore selvatico della mucca, l’uro, già era presente sul pianeta. I cereali accelerano la crescita del bestiame e la produzione del latte, ma rappresentano un genere di alimentazione che finisce per uccidere le mucche, che sono dei ruminanti. Lo stesso vale per pecore e capre, che non dovrebbero mai entrare in contatto con i cereali. Per non parlare delle galline alimentate esclusivamente con i cereali, che sviluppano ad un certo punto la steatosi epatica e che, per sopravvivere, dei cereali potrebbero benissimo fare a meno.

Questi e molti altri malintesi scaturiscono dall’ignoranza di cittadini industrializzati, che non conoscono l’origine del cibo che consumano.

La verità, difficile da accettare, è che la vita non può esistere senza la morte e che, a prescindere da ciò che decidiamo di mettere nel piatto, qualcuno muore per alimentarci.

Anche l’agricoltura comporta la distruzione di interi ecosistemi. Davvero siamo a conoscenza di ogni cosa che è deceduta durante il processo completo di lavorazione del cibo che portiamo a tavola? Quanti fiumi sono stati interrotti dalle dighe o prosciugati? Quante praterie sono state arate e quante foreste distrutte? Abbiamo notizia della sopravvivenza di tutte le specie, di quanti animali sono morti o sono stati costretti a mangiare per fare spazio all’agricoltura?

La maggior parte di noi non produce cibo, non lo caccia e non lo coglie. Questo ci impedisce di renderci conto di quanta morte sia contenuta dentro un’insalata o in una ciotola di macedonia o in un piatto di carne. Viviamo in ambienti urbani e non possiamo né vedere con i nostri occhi quanti fiumi e foreste sono stati devastati, né quante praterie e paludi annientate, né quanti milioni di creature siano morte per garantirci il pasto. Non abbiamo alcuna idea di cosa si nutrano le piante, gli animali, il terreno. Insomma, nessuno di noi ha la più pallida idea di cosa stia mangiando. Senza queste conoscenze, per quanto oneste siano le motivazioni di chi sceglie la via vegetariana, non si può sapere che questa strada porta a quella medesima distruzione che si desidera fermare.

E’ proprio su tutto questo che l’autrice cerca di fare luce in questo libro diretto e sincero, spesso anche molto sofferto. Ciò che viene messa in discussione è la scelta della strada vegetariana (e/o vegana) spinta sia da motivi etici, che politici, che ecologici e di salute, svelando delle verità scomode.

Coltivare cereali richiede lo sterminio di interi ecosistemi: la terra viene deprivata di ogni forma di vita. La morte non sta sul piatto solo quando vi mettiamo della carne, ma c’è sempre. Per qualcuno che vive, qualcun altro deve morire. Solo accettando questo dato di fatto, per quanta pena e sofferenza comporti, è possibile scegliere una via differente e più consapevole.

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Nel mangiare una mela non è coinvolta la morte di nessuno solo apparentemente. Dopo aver mangiato una mela, noi non piantiamo i semi, li buttiamo. Non rispettiamo, perciò, quello che la pianta per natura aveva in mente. Lo scopo della mela non sono gli esseri umani: il suo interesse va proprio ai suoi semi, l’obiettivo è quello di garantire, attraverso l’accumulo di fibre e zuccheri, il migliore futuro possibile per la sua progenie. La stessa che noi uccidiamo. Siamo convinti che la nostra esistenza sia possibile senza uccidere? Non lo è: nessun genere di vita.

Dovremmo imparare a riconoscere che ogni cosa vivente ha una madre, compresi i semi! Che noi consumiamo e uccidiamo. Non ce ne rendiamo conto a causa della nostra tendenza antropocentrica, in base alla quale seguiamo un sistema etico basato su quanto un essere vivente sia simile agli animali. Per motivi etici, tutti i semi, la frutta secca e i cereli vengono intesi come utilizzabili liberamente. Non si può nemmeno pensare di restituirli al terreno, come nel caso della mela: è dei semi stessi che ci alimentiamo, di quella parte della pianta che più desidera vivere per garantire la continuità della specie. I semi sono vivi, noi consumandoli mangiamo qualcosa di vivo! Ma non lo sappiamo.

L’amore dovrebbe riguardare tutti gli esseri. Nell’humus ci sono un milione di organismi viventi, 1000 diverse specie animali utili all’intero ecosistema in un solo metro quadrato di terreno. Il terreno rappresenta un milione di cose, vive, che spesso vengono distrutte dall’agricoltura. Per non parlare degli altri animali che vengono uccisi ogni anno dai macchinari per la mietitura, mammiferi come topi e conigli.

Per coltivare la lattuga sono state uccise lumache. La morte si annida anche dentro i peperoni, nei meloni e dentro i broccoli.

Per qualcuno che vive, qualcun altro deve morire.

Non esistono gerarchie dentro le quali gli esseri umani e forse alcuni animali simili a noi siano esseri rilevanti, in grado di sentire o consapevoli, o degni. Siamo tutti fatti della stessa sostanza sacra. Siamo costituiti più da energia che da massa, un’energia che ci accomuna, ci attraversa dandoci prima temporaneamente la forma di un pesce, poi di un fiore e poi ancora di un colibrì o di una mela.

Ogni cosa mangia e viene mangiata ed è grazie a questo che la vita continua. E’ con la nostra fame che partecipiamo al cosmo, a questo ciclo senza fine. Non ha senso che gli animali che contano siano solo quelli che assomigliano agli umani in modi molto specifici.

La maggior parte dei vegetariani, invece, crede che la morte sia sbagliata e che possa essere evitata rinunciando ai prodotti di origine animale. L’etica vegetariana è ancora – in definitiva – una variante del modello meccanicistico, che estende il nostro sistema morale ad alcuni animali simili a noi. Il resto del mondo – esseri viventi in grado di provare sensazioni e comunicare, che producono ossigeno e suolo, pioggia e biomassa, e sono miliardi, non contano nulla. Formano vita, sono vita ma l’etica vegetariana le classifica come cose morte.

Il pesce grande mangia il pesce piccolo. Questa è la dura legge della natura.

Per questa ragione, secondo l’autrice, non è il vegetarianesimo la strada della salvezza del pianeta. Il vegetarianesimo è distruttivo. Per salvare davvero il mondo non basta questo tipo di scelte, ma serve una complessa rete di cambiamenti gerarchici ed è necessario abbattere vasti sistemi di potere.

Per poter salvare il mondo, bisogna conoscerlo e i vegetariani non lo conoscono. Se le galline chiuse in gabbia in batteria sono sotto gli occhi di tutti, lo sono di meno tutti gli altri animali che l’agricoltura ha condotto all’estinzione. Intere specie spazzate via senza fare notizia o suscitare compassione.

Cosa fare, allora, per salvare il pianeta? Anzitutto, rassegnarsi e accettare che non esiste la vita di qualcuno senza la morte di qualcun altro. Fa parte del ciclo naturale di tutte le cose ed è un meccanismo che non si può rompere senza degli effetti gravi secondari. Rendersi conto di questo è il primo passo per raggiungere una nuova consapevolezza e un nuovo equilibrio, fisico, mentale e spirituale. L’autrice esita però a suggerire cibi specifici come buoni sotto il profilo morale ed ecologico, perché le scelte personali in merito al cibo devono essere una scelta di stile di vita. Purché sia consapevole.

Un libro di sicuro difficile da leggere, IL MITO VEGETARIANO, e contro ogni tendenza attuale; ma un punto di vista importante e da non sottovalutare, per avere un quadro della situazione più chiaro e ottenere informazioni inedite su chi siamo e come funziona il mondo che ci circonda. Perché per salvarlo bisogna prima conoscerlo e soltanto dopo assumere un ruolo attivo al suo interno.

Il Mito Vegetariano di Lierre Keith è edito da Sonzogno ed è disponibile anche su Macrolibrarsi, Il Giardino dei Libri e in versione digitale per Kindle su Amazon.

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Articolo di generazionebio.com
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