SI FA NUOVA LUCE SULLE ORIGINI DELLA COSCIENZA

brain-awarenessDove esistiamo esattamente all’interno del nostro cervello? La nostra consapevolezza del mondo che ci circonda e di noi stessi come individui è il risultato di specifici cambiamenti concentrati nel cervello, oppure quella consapevolezza deriva da una vasta rete di attività neurali? Come fa il nostro cervello a produrre consapevolezza?

I ricercatori della Vanderbilt University hanno compiuto un passo significativo verso una risposta a queste domande di lunga data, grazie ad uno studio biomedico di imaging cerebrale recente, in cui hanno scoperto dei cambiamenti globali nella modalità in cui le aree del cervello comunicano tra di loro durante i momenti di consapevolezza. Le scoperte, pubblicate su Proceedings of the National Academy of Sciences, sfidano le teorie precedenti, che ipotizzavano dei cambiamenti molto più ristretti come responsabili della produzione di consapevolezza.

Identificare le impronte digitali della coscienza dell’uomo sarebbe un avanzamento significativo per la ricerca medica e di base, per non parlare delle implicazioni filosofiche sulle origini dell’esperienza umana

ha dichiarato René Marois, professore e presidente di Psicologia alla Vanderbilt University e autore principale dello studio.

Molti dei deficit cognitivi osservati in varie malattie neurologiche potrebbero derivare, in ultima analisi, dai cambiamenti nella modalità in cui le informazioni vengono comunicate attraverso il cervello

Utilizzando la teoria dei grafi, un ramo della matematica che si occupa di esplicitare i collegamenti interattivi tra i membri di una rete complessa, come le reti sociali o le rotte di volo, i ricercatori hanno cercato di caratterizzare come le connessioni tra le diverse parti del cervello siano legate alla consapevolezza.

I ricercatori hanno reclutato 24 membri della comunità universitaria, per sottoporsi ad un risonanza magnetica funzionale (fMRI) sperimentale. Nel corso della risonanza, ai partecipanti è stato chiesto se erano in grado di vedere un disco che veniva fatto lampeggiare velocemente su uno schermo. Ad ogni prova, i partecipanti dichiaravano se erano stati in grado di rilevare il disco e quanta sicurezza ci fosse nella loro risposta. I ricercatori hanno poi confrontato i risultati delle prove di alta fiducia durante le quali il disco era stato visto con quelle dove i partecipanti lo avevano mancato. Queste prove sono state trattate rispettivamente come consapevoli e inconsapevoli.

Il confronto delle prove consapevoli e inconsapevoli usando queste analisi fMRI convenzionali, analizzando l’ampiezza dell’attività cerebrale, ha mostrato dei risultati tipici a studi simili, con solo alcune aree del cervello che hanno mostrato più attività durante il rilevamento del disco, rispetto a quando i partecipanti non lo hanno visto. Il presente studio, però, era interessato non solo a quali regioni si attivino maggiormente nel cervello con la consapevolezza, ma anche a come queste comunichino una con l’altra.

A differenza dei risultati focali, visti utilizzando metodi di analisi più convenzionali, i risultati attraverso questo approccio di rete erano indirizzati ad una conclusione diversa. Nessuna area o rete di aree si è distinta come maggiormente connessa durante il rilevamento del disco; l’intero cervello sembrava diventare funzionalmente più connesso in seguito ai segnali di consapevolezza.

La coscienza sembra abbattere la modularità di queste reti. Sappiamo che ci sono numerose reti cerebrali che controllano funzioni cognitive distinte, come l’attenzione, il linguaggio e il controllo, con ciascun nodo di una rete densamente interconnesso con altri nodi della stessa rete, ma non con altre reti. La consapevolezza sembra abbattere la modularità di queste reti, così come è stato osservato un ampio aumento della connettività funzionale tra queste reti di consapevolezza.

La ricerca suggerisce che la coscienza è probabilmente il prodotto di questa comunicazione diffusa, e che possiamo solo riferire le cose che abbiamo visto, una volta che vengono rappresentate nel cervello in questo modo. Quindi, nessuna parte del cervello si può davvero definire come la sede dell’anima, come ipotizzato da Cartesio a suo tempo per quanto concerne la ghiandola pineale, ma piuttosto sembra che la coscienza sia una proprietà emergente della modalità con cui l’informazione che deve essere captata si propaga in tutto il cervello.

Noi diamo per scontato che la nostra esperienza del mondo sia unificata. Non sperimentiamo mondi visivi ed uditivi separati, tutto è integrato in un’unica esperienza di consapevolezza. Questa diffusa comunicazione di rete acquisisce un senso come meccanismo attraverso cui la consapevolezza viene integrata in un mondo unico.

*fonte e photo news.vanderbilt.edu

ISCRIVITI AL NOSTRO CANALE UFFICIALE SU TELEGRAM PER RICEVERE E LEGGERE RAPIDAMENTE TUTTI I NUOVI ARTICOLI

Articolo in lingua italiana a cura di generazionebio.com. E’ possibile riproporlo non a scopi commerciali e integralmente solo citando la fonte e con un link cliccabile che punti all’articolo originale in italiano.

Altre notizie