Se per Gioco Fosse Vero: L’INAFFERRABILE ED BLOOM

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Non era una donna, quello era un pesce. Un pesce appare diverso a seconda di chi lo guarda

È il monito che una bambina lancia al protagonista di Big Fish quando si rende conto che anche lui, come tutti, è caduto nell’equivoco di credere reale ciò che i propri occhi gli indicano. O è ciò che la fervida fantasia di Ed Bloom vuol far credere agli altri. Suo figlio Will, disincantato giornalista in procinto di diventare a sua volta padre, non riesce a credere che dietro le storie di Ed non ci sia nient’altro. Per lui sono solo un vizio, una montatura che è intenzionato a scardinare ora che accorre al capezzale dei suoi ultimi giorni di vita.

Will è l’unico che non riesce a divertirsi ascoltando le trame che il brillante, incorreggibile, seducente genitore riesce a tessere, e che da sempre vede catturare platee irretite ed entusiaste, come banchi di sardine. Vorrebbe che almeno una volta, una volta per tutte, ora che il sipario è a un passo dal calare, Ed alzasse il velo delle mirabolanti avventure e delle straordinarie creature che li ha a lungo divisi e che sembra abbia sempre amato più di lui. Vorrebbe semplicemente la verità, vorrebbe riuscire a catturare quel pesce sgusciante che ama camuffarsi ogni volta dietro sembianze diverse. Ma il pesce che continuamente sfugge a Will potrebbe essere lo stesso che Ed nei suoi sogni ad occhi aperti non si stanca mai di aspettare, benché uno possa chiamarlo “il vero volto dietro le maschere” e l’altro “il mito dei miti”. Mentre Ed insegue il pesce leggendario nei suoi racconti, Will ne segue la scia nella dolente concretezza di un rapporto che, comunque vada a risolversi o a restare irrisolto, si avvia a interrompersi per sempre.

Esiste forse qualcosa di più reale della morte? L’unico evento appena prima del quale è legittimo aspettarsi di poter trovare un senso, di poter ottenere almeno la soddisfazione di capire di non aver potuto davvero cambiare le cose. Ed teme l’arrivo del momento in cui non saprà più raccontare a se stesso quello che sta succedendo e Will è sempre più frustrato dal mondo di favole che suo padre si è costruito e gli ha costruito intorno.
A proposito del nucleo tematico emotivamente più forte all’interno del film, Tim Burton ha dichiarato:

Ho capito che, qualunque sia la tua età, il rapporto tra padri e figli non è mai un rapporto fra persone. Perché loro sono i tuoi genitori e solo quando cresci ti accorgi che, anche se i rapporti non sono stretti, hanno tutta una vita per conto loro. Puoi avere anche 45 anni e continuare a non riuscire a esprimerti e a sentirti estraneo rispetto ai tuoi. E poi tutto va come in un cerchio. Loro da bambini diventano genitori e poi tornano di nuovo bambini. E anche la tua vita va in cerchio. È davvero una relazione forte e insostituibile *

Forse perché si tratta del primo fatale rispecchiamento in cui cadiamo, dal quale non possiamo non farci catturare, il riflesso archetipico che non riusciamo mai a ignorare o ad assimilare al punto di poter dire: questo sono io, questo non sono io, questo ho paura di non poter essere, questo ho paura di dover essere. Come si fa a smettere di essere figli e come si fa a diventare realmente genitori di qualcuno? È la domanda che si sente carburare sotto i continui scatti temporali, i cambi di scena, di tono, di prospettiva.

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Le visioni e le ragioni di Ed e di Will si giustappongono in un fraseggio ellittico che dilunga ed estenua i margini di attrito rendendo ogni dialogo lo specchio di un confronto elusivo. Sono due pesci che non riescono a incontrarsi né a sfuggirsi, e allo stesso tempo sembra che Ed nelle sue storie non abbia mai smesso di raccontare quella stessa cosa che Will non riesce ad accettare. Che valore può avere ancora la fantasia di fronte alla morte? Una consolazione irritante, un vaneggiare penoso, un arrancare sciocco e disperato per nascondere l’unica verità che i sensi sono abilitati a portare alla mente: e cioè che si muore, che – tanto – si muore. Will vorrebbe che Ed ammettesse l’insensatezza di ciò che ha saputo fare, amare ed essere per tutta la vita. Gli basterebbe questo. Sapere di aver avuto sempre ragione.

E se anche fosse? Cosa cambierebbe? Il cerchio si spezzerebbe e le perle cadrebbero nel tubo di scarico, e lui resterebbe comunque solo di fronte al nipote di Ed che sta per nascere e un giorno lo chiamerà papà. E che molto probabilmente si sarebbe innamorato di suo nonno così com’è, rivolgendo proprio contro di lui, Will, il puntiglio dell’incomprensione. Si tratta di una circolarità vischiosa, da cui è impossibile guarire se non rinunciando alla soddisfazione che accontenta senza placare, senza nutrire.

La vita non può esaurirsi in un conto che ritorni, in un compito portato a termine, in un pesce catturato…. perché allora si ridurrebbe a un nulla più del niente e renderebbe il concreto più illusorio di una consapevole finzione. Il pesce non va catturato, il genitore non va capito… va incontrato nelle sue sembianze, nella sua pelle, perché per quanto finta possa sembrare è l’unica pelle che potremmo mai toccare.

Ed Bloom è a un passo dall’unico momento che non può riuscire a raccontare e chiede a Will:

dimmi come avviene, come me ne vado

Will è disarmato:

non la conosco questa storia, non me l’hai mai raccontata

Solo l’immaginazione può insegnarci l’autentica audacia, il coraggio di creare ciò che non riusciamo a trovare.
Will decide di tuffarsi, e le parole emergono come perle dal fondo dell’oceano:

diventi ciò che sei sempre stato, un pesce gigantesco. Ed è così che avviene

Ed sorride:

sì, esatto

E la morte Tim non ce la racconta, ce la lascia trascendere attraverso il cuore di Will, mentre prende in braccio suo padre e lo porta in riva al fiume dove potrà attraversare il varco tra i sorrisi e i colori di tutti i personaggi incredibili con cui è cresciuto, e sappiamo che questo non è che un altro racconto, forse il più impossibile di tutti, e in questo guizzo di fantasia Will ha persino superato suo padre, è riuscito a chiudere il cerchio non per arrivare a una risposta, ma per ritrovare e custodire le perle, una ad una.

A questo serve la fantasia, a sentire la fragranza di ciò che pare impalpabile, come le nuvole. Perché impalpabili sono tutti i pesci che, una volta catturati, smettono di disegnare una scia libera e imprevedibile nel mare, e che quindi smettono di raccontarcelo.  E di farcelo amare.

*Tim Burton, Burton racconta Burton, Feltrinelli

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Articolo di Margherita Cardetta per generazionebio.com
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Margherita Cardetta

Margherita Cardetta

Margherita Cardetta è nata a Gioia del Colle il 3 luglio 1978. Dopo la maturità classica ha proseguito con gli studi umanistici conseguendo la laurea in Lettere Moderne e una Laurea Triennale in Filosofia, presso l’Università di Bari. Parallelamente ha continuano ad arricchire e a stimolare la sua vita anche al di fuori degli ambiti accademici, considerando proprio la vita di ognuno di noi la vera università e il vero banco di prova per qualunque ricerca, da portare avanti con interesse e passione, per trovare la “chiave magica” per la serenità dell’anima.

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