Se Per Gioco Fosse Vero: IL PUNTO DI SVOLTA

rosvoltaÈ una sera come tante. Solo che fa particolarmente freddo ed è caduta un po’ di neve. La vedo qui, si è posata tra i binari, e intorno, sui bordi della banchina. È buffa la gente stasera, vista da qui, dal punto da cui tra poco non ci sarò più. Il treno lo aspetto anch’io, ma per finirci sotto. Mi spiace solo che col mio sangue sporcherò questi mucchietti di neve, belli come ciuffi di fiori. Tra poco tutti si accorgeranno di me, ma io non ci sarò più. O sì? Non ero mai arrivato a questo punto, prima d’ora. Non potevo sapere che, arrivandoci, sarei arrivato a fare questi pensieri. Posso permettermelo: gli altri, quelli ordinari, li lascio a chi andrà ancora da qualche parte e avrà ancora qualcosa da fare. Me ne vado perché ho già visto, ho già ascoltato, ho già fatto e incontrato. Ho pure un lavoro, una casa, intorno avrei delle persone alle quali potrei dire: sai…stasera voglio morire, ti va di fare prima due chiacchiere? Potrei anche decidere di intestarti tutti i miei beni, se solo mi piacesse la risposta che mi potresti dare a questa domanda: ma io perché sono nato? Perché mai dare la pena ad altri di concepirmi, partorirmi, nutrirmi… e poi a me stesso di andare a scuola, prendere la patente, cercare un lavoro, dire un ‘ti amo’, bussare a una porta, chiudere una storia…se poi tanto dovevo arrivare a questo punto, qui, stasera, aguardare la neve tra i binari che a momenti saranno coperti dal treno che mi squarcerà in due, in tre….fino a liberarmi da questa che chiamate vita? Questa è la vostra vita, io non la voglio. Io, questo io qua, tolgo il disturbo, perché la felicità non esiste e perché a nessuno interessa veramente. Basta un lavoro, basta una casa, basta incontrarsi ogni tanto con qualcuno per fingere di stare bene, di non essere soli, dicono. Fingono tutti..ma non sono ancora stanchi abbastanza. Ecco il treno.

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Ho imparato una grande lezione! Restare solo. È davvero difficile essere con gli altri, ma fin dalla nascita siamo abituati così. Per quanta infelicità, sofferenza e tortura ciò comporti, ci siamo abituati; almeno è qualcosa che conosciamo bene. Camminare nell’oscurità, oltre il territorio conosciuto, fa paura, ma senon superi il territorio della maschera collettiva, non puoi scoprire te stesso*

Coloro che hanno raggiunto la solitudine hanno scoperto che non c’è nessuno. Voglio davvero dire nessuno: nessun nome, nessuna forma, ma una semplice presenza, una pura vita senza nome e senza forma*

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Sono passati quattro anni da quella sera. Ero tra quelli che F., con il suo gesto assurdo eppur comprensibile, traumatizzò, sebbene ci conoscessimo solo per somme e superficiali frequentazioni. Mi sentii in colpa perché anch’io avrei potuto fare di più. Ma poi mi resi conto che non era giusto pensare a lui solo a partire dall’ultimo atto, e che in fondo la tentazione del suicidio molti di noi l’hanno avuta almeno una volta nella vita, solo che affiora alla coscienza collettiva esclusivamente quando qualcuno osa portarla fino in fondo — per il resto avvelena in silenzio l’esistenza di chi il suicidio lo applica in maniere più sottili, impalpabili, barcamenandosi fra apparenti traguardi che solo da vicino rivelano la loro subdola inconsistenza. Un lavoro che ti chiede solo di produrre per altri, una famiglia che ti chiede di esserci solo quando c’è bisogno, un compagno che non decodifica più il suono della tua voce e si accontenta delle solite parole, dimenticando che le parole possono ingannare.

Questa non è vita, non hai torto, F….

La vita è l’intensità, l’inatteso, l’intenzione di esplorare. La vita è aspettare la fioritura, la raccolta e anche un treno, quando fa la differenza. Scelgo di ricordarti come chi mi ha aperto gli occhi sui falsi traguardi, sulle esistenze regolari, quelle che troppi non hanno, quelle che molti ritengono bastino. Non ci basterebbero neanche cinquanta palazzi, barche e ville in Costa Azzurra, se a mancarci fosse sempre ciò che tutti abbiamo da sempre: il diritto a cercare di fare la differenza, il diritto di avere una risposta da dare alla domanda: perché sono nato? Il diritto di vivere ogni giorno a testa alta non perché si ha un lavoro, una casa, una famiglia…ma perché ci si impegna a cambiare ciò di cui si è stanchi, che non è la vita, che non potrebbe mai essere la vita, ma come la viviamo, come la percepiamo, come non la sentiamo più tra le pieghe di un’esistenza regolare e indaffarata, disperata. È di questo, solo di questo, che ci si

può stancare. È da questo che abbiamo il diritto di allontanarci, se vogliamo provare ad essere felici. Dobbiamo scavare nell’ovvio fino a trovare l’estraneo che tutti siamo, guardare negli occhi il proprio figlio, il proprio padre, il proprio compagno, il proprio amico come se fossero, ora, lo straniero venuto dal mare: degnarlo dell’attenzione che sappiamo benissimo regalare a chi ci incuriosisce davvero. Ripartire da qui, questa sera di dicembre, aspettando l’inatteso al fischio del treno in arrivo, e salire, incontrare gli sguardi di chi forse non incontreremo più, e dire quelle parole che non si dicono mai per pudore, per mancanza di spirito. Approfittare dell’occasionale, del regolare, di ciò che in sé non avrebbe nulla di speciale…per non restare in silenzio ognuno attaccato ai propri schermi autoriflettenti, distanti, ignari. Colpevolmente ignari.

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Dunque, pare che alle anime viventi possano toccare due sorti: c’è chi nasce ape, e chi nasce rosa. La rosa l’ha in se stessa il proprio miele. Ma qualche volta sospirano di solitudine, le rose, questi esseri divini! Le rose ignoranti non capiscono i propri misteri**

*  Osho, Con te e senza di te
** Elsa Morante, L’isola di Arturo

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Articolo di Margherita Cardetta per generazionebio.com
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Margherita Cardetta

Margherita Cardetta

Margherita Cardetta è nata a Gioia del Colle il 3 luglio 1978. Dopo la maturità classica ha proseguito con gli studi umanistici conseguendo la laurea in Lettere Moderne e una Laurea Triennale in Filosofia, presso l’Università di Bari. Parallelamente ha continuano ad arricchire e a stimolare la sua vita anche al di fuori degli ambiti accademici, considerando proprio la vita di ognuno di noi la vera università e il vero banco di prova per qualunque ricerca, da portare avanti con interesse e passione, per trovare la “chiave magica” per la serenità dell’anima.

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