Se Per Gioco Fosse Vero: PAOLO DE CEGLIE, LO STILE E LO SPECCHIO

paolino-specchioSul finire della stagione 2005/06, quando il calcio italiano, a pochi passi dall’inatteso trionfo a Berlino, veniva travolto da un’ondata di inchieste sportive e penali senza precedenti, promesse come Paolo De Ceglie giocavano le finali Primavera di Rimini.

Nel giro di pochissimi mesi, il nuovo allenatore della Juventus Didier Deschamps lo avrebbe fatto esordire in prima squadra durante un inedito Napoli-Juve di serie B. Da allora, fino al prestito al Parma, avvenuto allo scadere della scorsa campagna acquisti, per Paolo si sono susseguite stagioni in chiaroscuro, scandite dai prestiti a Siena e Genoa,ma soprattutto da pesanti infortuni che ne hanno largamente pregiudicato la carriera.

Nel calcio, come nella vita, bisogna dimostrare di saper mantenere le promesse, altrimenti cominciano a fioccare da ogni parte giudizi impietosi. Il tifoso, poi, è una creatura assai ibrida: dodicesimo uomo in campo, ma anche colui che, quando meno te lo aspetti, ti augura non solo di smettere di giocare, ma – visto che ci sei – anche di crepare. Tutto perché, statistiche e risultati alla mano, non stai mantenendo alcuna promessa. Chissà perché, questa ibrida creatura pretende da chi pure presumerebbe di poter amare niente meno che la perfezione.

Nel calcio, come nella vita, ognuno finisce invece col trovare una strada unica e si è nel contempo campioni, promesse, delusioni, appuntamenti mancati, errori, sacrifici, incredibili rinascite. L’uomo è uomo ovunque, o non lo è mai. L’uomo è uomo anche quando agli occhi di tutti è un privilegiato, e per questo non può permettersi di fallire.

Ma cosa significa fallire?
Il calcio non è solo quella industria di quattrini che è diventata: è sempre ciò che, alla radice, lo lega all’istinto ludico, creativo di ognuno di noi, sedicenti esperti, amanti, commissari tecnici mancati, calciatori, tifosi…è un GIOCO.
Il gioco della vita che ti sfida a esprimerti, il gioco in cui, se accetti la sfida, non puoi perdere mai. Bello, a tal proposito, il libro di Emanuela Audisio, pubblicato da Mondadori dieci anni fa, dal titolo emblematico:”Bambini infiniti“:

Quando non sai che significa vincere, perdere, vuoi solo giocare, giocare, giocare. È lì che ti prende il sentimento confuso che nulla può finire, che sopravviverai alla terra. Quando alzi le braccia sul traguardo, che esiste solo per te. È in quel momento di puro sport, di prima piccola immortalità, di denso piacere. Hai incontrato l’infinito (…). Ogni volta allo stadio, prima della partita, della gara, prima che qualcuno si butti o scatti o entri in campo, proprio l’attimo prima che tutto cominci, è come se fosse la prima volta. Come se tutto dovesse ancora capitare. E fosse un purissimo gioco da bambini infiniti.

Un gioco che, a dispetto delle esecrabili dinamiche che talvolta lo manipolano, sembra riappropriarsi continuamente del diritto mitopoietico a sollecitare e catalizzare milioni di esistenze. L’uomo, che sia calciatore o tifoso come mille altre cose, ambisce a esprimere tutto se stesso perché è spiritualmente impossibilitato ad esistere senza porsi degli obiettivi – a esistere semplicemente – e sa riconoscere tale ambizione nei suoi simili, anche quando sono impegnati in una partita dalla quale potrebbe sentirsi escluso, dal momento che vi partecipa dietro il filtro di una barriera architettonica, di uno schermo televisivo, di un articolo su internet.

L’importante non è evitare i fallimenti, ma sviluppare uno stile proprio. Lo stile è il massimo livello espressivo spettante a una data personalità; è l’arte innata ma continuamente affinabile di farsi ascoltare, guardare, ricordare; è il modo di appropriarsi di una realtà che allora possiamo dichiarare nostra quando siamo in grado di renderla in qualche modo diversa da prima. Le vittorie rimangono, le sconfitte passano, ciò che diventiamo mentre esse si fissano e scorrono è la nostra irriducibile e irreversibile identità…qualcosa di dannatamente più importante di tutto. E lo sa bene chi, come Paolo De Ceglie, al giornalista che durante la presentazione al Parma gli chiede se preferirebbe essere impiegato da terzino o da esterno di centrocampo, risponde:

la questione del ruolo ho sempre cercato di giocarla a mio favore, nel senso che mi sono sempre affidato all’allenatore: sarà lui a decidere, io non ho preclusioni di nessun tipo.

Questo è lo stile di Paolo De Ceglie.
Riporta un po’ all’inquietante eresia che Vadim Zeland propone nel suo “Reality Transurfing – Le regole dello specchio“:

Ricordatevi che il mondo non fa che riflettere perfettamente il vostro rapporto con la realtà. Per quanto cupo sia il riflesso, esso diventerà ancora più scuro se lo considererete negativo. Allo stesso modo il negativo diventerà positivo se voi lo dichiarerete tale con un atto di volontà(…). Il settimo principio speculare: accettare ogni riflesso come positivo.

In fondo giocare è imparare a misurarsi attimo dopo attimo con l’imprevisto che fino all’ultimo potrebbe rivelarsi provvidenziale, sciagurato, ininfluente. Così una partita di calcio può essere valutata da differenti angolazioni, a seconda dell’aspetto che si voglia prendere in considerazione: l’estetica del gioco, la logica del risultato, la levatura del singolo giocatore. Di un aspetto, però, ogni possibile valutazione intorno a una partita non potrebbe mai eludere la centralità: quel che si cerca di apprendere (da giocatori o da semplici appassionati) e di spiegare (da tecnici o da intenditori) sul gioco del calcio non è mai suscettibile di una conoscenza compiuta, dal momento che si intreccia costantemente col modo in cui ogni singolo giocatore cerca di adattarsi allo schema tattico impostogli, in una tensione continua che richiama le strategie con cui l’uomo anela a piegare a sé la vita e la sua indifferente prodigalità di occasioni, una tensione che si articola lungo il crinale tra la libertà e le strettoie in cui quest’ultima è chiamata di volta in volta ad esprimersi.

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Articolo di Margherita Cardetta per generazionebio.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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