C’è un periodo, ogni anno, a cavallo tra la fine di agosto e gli inizi di settembre, dove l’atmosfera inizia a cambiare, iniziando a fare spazio a quel delicato brivido che preannuncia l’autunno. Le giornate si accorciano, le ombre si allungano e la luce assume quella tipica sfumatura dorata, quasi malinconica.
Se solo sapessimo prestare ascolto ai nostri sensi, in concomitanza con questo fenomeno, sentiremmo il richiamo a rallentare, a prepararci al riposo.
Eppure, puntualmente, è come se scattasse una trappola: il rientro dalle vacanze si trasforma in una corsa a chi ha l’agenda più piena. Corsi di teatro, palestra, riunioni di condominio, progetti extra-lavorativi, cene mondane, weekend “strategici”. Il mantra è uno solo:
Si riparte!
Ma davvero questa tendenza è sana? O si tratta dell’ennesima suggestione collettiva, che spinge a fuggire dall’ascolto di ciò che la natura (e il nostro corpo) quasi implorano, seppure in silenzio?
La mancata sincronia con la nuova stagione
Pensiamo allo scenario che, via via, si presenta se guardiamo dalla finestra. Gli alberi smettono lentamente di produrre frutti. Le foglie iniziano a cambiare colore, apprestandosi a cadere. Gli animali si preparano al letargo.
Noi, invece, facciamo esattamente il contrario. Ci riempiamo di stimoli, accendiamo i motori, programmiamo meeting e attività come se avessimo paura del silenzio. Come se fermarsi fosse un peccato mortale, un’ammissione di fallimento.
Questo, però, se portato all’eccesso, ci manda fuori fase. È come se la natura stesse spegnendo le luci per invitarci al riposo, e noi, testardi, accendessimo i riflettori per fare festa. Una dissonanza che spesso diventa profondamente dannosa per il nostro equilibrio psicofisico.
Fuggire dalla voce interiore
Come mai, allora, ci imponiamo questa frenesia proprio quando il mondo intorno a noi rallenta il passo?
Forse perché il silenzio fa paura. Sì, perché è proprio nei momenti di pausa – quando il telefono non squilla, o l’agenda è vuota – che arriva lei: la nostra voce interiore. Quella voce che, ogni volta che siamo sommersi dal rumore di fondo, riusciamo a ignorare.
A settembre, con la fine delle vacanze, quella voce si fa più insistente. Ci parla di desideri del cuore rimandati, di stanchezze accumulate, di strade non percorse. E invece di ascoltarla, invece di concederle lo spazio che merita, la zittiamo riempiendo i vuoti. Organizziamo, progettiamo, facciamo. Spesso, solo per non sentirci soli con noi stessi.
…e poi ci sono loro, gli schiavi in miniatura dell’agenda
La follia di settembre non riguarda solo noi adulti. La cosa più triste, forse, è che questa stessa ansia da prestazione la stiamo scaricando addosso a chi, per età, avrebbe più diritto di tutti a rallentare: i bambini.
Dopo aver passato ore intere sui banchi di scuola, con la schiena dritta e il cervello in costante allerta, cosa facciamo? Li infiliamo in macchina e li trasciniamo da un’attività all’altra. Lunedì danza, martedì karate, mercoledì nuoto, giovedì calcio, venerdì lezione d’inglese e sabato chitarra. I compiti si fanno la sera tardi o si recuperano nel fine settimana.
Un’agenda che per i piccoli dovrebbe essere fatta di un dopo scuola a base di gioco, di castagne raccolte e di passeggiate all’aperto a guardare le nuvole, è spesso più piena della nostra. Con la scusa di non farli annoiare o di dargli opportunità, li priviamo della cosa più preziosa: il silenzio.
Se fossimi coerenti con i ritmi della natura, sentiremmo che settembre chiede ai bimbi di esplorare con calma, di assorbire i colori, di annusare l’aria umida. Chiede loro di giocare liberi, senza alcun istruttore che cronometri i tempi delle loro corse.
Quando riempiamo il pomeriggio dei nostri figli di impegni, non stiamo facendo loro un favore. Stiamo insegnando loro che il valore di una persona si misura da quanto è occupata. E così si finisce per allevare futuri adulti che non sapranno stare soli con se stessi, che avranno paura del vuoto, che confonderanno il fare con l’essere.
Il coraggio di sfidare questa frenesia
Resistere a questa ondata di entusiasmo collettivo richiede coraggio. Richiede la forza di dire no all’ultimo aperitivo, al corso che dobbiamo assolutamente fare, al progetto extra che ci caricherà di stress.
E richiede il coraggio, ancora più grande, di dire no anche per i nostri figli. Di togliere qualcosa dalla loro agenda, anziché aggiungere. Di lasciarli uscire in cortile con un pallone sgonfio o semplicemente a raccogliere foglie. Di lasciarli annoiare. Perché è nella noia, non nei corsi di potenziamento, che nasce la creatività e che si impara ad ascoltare il proprio cuore.
Significa avere il coraggio di essere incoerenti rispetto al gregge per essere coerenti con il ciclo della vita.
L’invito di questo settembre è un altro: svuotare anziché riempire. Lasciando spazio solo a ciò che conta davvero. Respirare, anziché ostinarsi a programmare. Procedere lentamente – magari in mezzo alle foglie che iniziano a cadere – anziché correre.
Lasciamo che l’agenda abbia degli spazi bianchi. Sono quelli gli spazi dove la creatività, l’intuizione e la vera energia si rigenerano.
La natura ci insegna che il riposo non è un fallimento. È nel silenzio dell’inverno che si prepara la prossima primavera.
Se senti che la vita sta diventando un elenco di cose da fare, è bene che ti fermi un attimo.
Che ti chieda:
Questo impegno lo sto prendendo perché lo voglio davvero, o perché ho paura del vuoto che lascerebbe?
Per quanto riguarda i tuoi figli, domandati:
Questa attività la sta facendo perché la desidera, o perché sono io che ho paura che resti indietro?
La rivoluzione più grande che possiamo fare quest’anno è proprio quella di rallentare. Di ascoltare l’autunno che bussa alla porta e, per una volta, aprirgli e accoglierlo con un sorriso, senza agenda in mano.
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Articolo di Monica Vadi per generazionebio.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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