Sarebbe interessante immaginare la nostra esistenza come un grande edificio interiore, attraversato da corridoi e stanze: in ogni stanza potrebbe esserci l’informazione di qualcosa: di un’esperienza, di un pensiero, di una ferita, di una scoperta. Già vissute o ancora da attraversare. In un contesto simile, è facile pensare che vi siano stanze luminose, che amiamo abitare, e altre più in ombra, che visitiamo con cautela o che ci sorprendono all’improvviso.
Ogni stanza rappresenta una fase, un incontro, un momento della nostra crescita. In alcune stanze si impara l’amore, in altre ci si scontra con il dolore, con la paura o la solitudine. Alcune conservano memorie che ci fanno sorridere. Altre custodiscono sfide vinte o ancora aperte.
E così, muovendoci da una stanza all’altra, costruiamo il senso della nostra storia.
In questo grande edifico, però, c’è una stanza che la maggior parte di noi tende a tenere sempre chiusa. Una stanza che si preferisce non nominare, che si finge di non vedere: è la stanza della nostra fine.
La stanza tabù
Quella stanza proibita ha una porta sbarrata che ci inquieta. La sola idea di aprirla ci incute terrore e ci fa vacillare. La scappatoia più facile rimane quindi ignorarla. Ogni tanto transitiamo lì davanti, ma lo facciamo sovrappensiero.
In questo modo, la morte resta sempre sullo sfondo, come un pensiero sfocato, da allontanare. La teniamo in un angolo della mente, nascosta sotto il peso delle abitudini, delle cose da fare, delle urgenze quotidiane.
Eppure, quella stanza fa parte della casa. È una parte viva, anche se silenziosa. È il luogo che chiude un ciclo, ma che non per questo ha meno senso delle altre stanze. Perché nella fine, se guardiamo bene, è scritto anche un inizio.
Vita e morte: due aspetti dello stesso respiro
Nascita e morte sono movimenti di uno stesso respiro. Nascendo si emette il primo respiro, morendo si esala l’ultimo. Come l’inspirazione e l’espirazione: uno prende, l’altro lascia andare. Uno porta dentro, l’altro restituisce.
Negare la morte significa negare la vita stessa. Significa abitare solo una parte della nostra casa, lasciando al buio una stanza che – se osservata con rispetto – potrebbe invece insegnarci moltissimo.
Accettare l’esistenza della morte non vuol dire desiderarla, ma riconoscerla come qualcosa di naturale. Significa trovare uno stimolo in più per vivere con maggior consapevolezza, con uno sguardo più ampio e il cuore più aperto. Se si accetta che ogni attimo potrebbe essere l’ultimo, tutto acquisirebbe più valore, proprio perché non è eterno. Ogni parola detta, ogni gesto compiuto, può diventare un atto sacro se sentiamo che il tempo non ci appartiene.
Imparare a socchiudere la porta
Nessuno è chiamato, se non è pronto, a forzare quella porta; è semmai invitato a riconoscerla. A contemplarla. Ma, soprattutto, a farci pace. Solo così è possibile abitare pienamente tutte le altre stanze. Perché la paura della fine, finché resta un tabù, condizionerà qualsiasi scelta.
Far pace con la morte è un atto di profonda libertà. Significa vivere senza fare i fuggitivi. Significa respirare ogni istante sapendo che è unico, ma ugualmente che nulla andrà mai perduto. Perché nell’inizio è già racchiusa la fine e la fine custodisce sempre un nuovo inizio.
La verità è che la vita e la morte si appartengono. Guardarle insieme, senza paura, ci restituisce il senso del nostro essere qui, impegnati in questo cammino. Ci insegna che abitare pienamente la vita richiede anche di non escludere il mistero della fine, ma di includerlo con coraggio, come parte del nostro essere.
ISCRIVITI AL NOSTRO CANALE UFFICIALE SU TELEGRAM PER RICEVERE E LEGGERE RAPIDAMENTE TUTTI I NUOVI ARTICOLI
Articolo di Monica Vadi per generazionebio.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Immagine di Freepik
Copyright – Se non diversamente specificato, tutti i contenuti di questo sito sono © GenerazioneBio.com/Tutti i diritti riservati – I dettagli per l’utilizzo di materiali di questo sito si possono trovare nelle Note Legali.