La malattia non andrebbe davvero più guardata come una disgrazia da evitare, ma come un adattamento del corpo e dello spirito a una situazione stressante che si sta affrontando nell’ambiente in cui si vive.
Può trattarsi di uno stress fisico, ma spesso di situazioni pertinenti alla sfera emozionale. Qualcosa ci provoca un forte disagio e il corpo risponde ad esso attraverso il suo linguaggio che, pur nella sua semplicità, viene quasi sempre sottovalutato o frainteso.
Questo messaggio, non essendo compreso nella sua vera essenza, diventa allora fonte di ansia. Ora più che mai, in questo mondo che ha la tendenza a interpretare qualsiasi cosa come una patologia e a leggere ogni manifestazione del corpo viene come qualcosa da debellare.
I cosiddetti sintomi non sono altro, in realtà, che il segno di un adattamento a circostanze a cui il nostro sistema è continuamente sottoposto: conflitti interiori, stress sul lavoro, relazioni famigliari o sentimentali problematiche.
Guarire, allora, non avrà nulla a che fare con la soppressione del sintomo: finché saremo in vita, si verificheranno sempre degli adattamenti a ciò che succede intorno a noi.
Anziché fuggire, pertanto, bisognerebbe fermarsi e ascoltare.
Il ruolo del terapeuta nel servizio di aiuto
Quando una persona in difficoltà si rivolge a un professionista, spesso lo fa sperando in una soluzione rapida, che lo riporti il prima possibile alla vita di sempre; che è poi quella stessa vita da cui sono scaturite le manifestazioni di disagio.
Ecco che si attiva dunque un corto circuito.
La verità è che oggi sono ancora troppo poche le persone che accettano di prendersi la responsabilità di ciò che sta accadendo loro: meglio assumere una pillola e andare avanti un altro po’, per trovarsi poi, a breve, punto e a capo. Questo tipo di approccio comporta infatti benefici a breve termine.
La guarigione duratura nasce da un cambiamento profondo della propria mentalità e del modo di percepire il mondo circostante.
Lo stesso terapeuta deve cambiare paradigma. Anzitutto, dovrebbe egli per primo avere fiducia in se stesso e nel proprio metodo; inoltre, sarebbe utile che sviluppasse consapevolezza delle proprie debolezze e ombre, sulle quali lavorare costantemente, per continuare ad evolvere.
In virtù di questo, il terapeuta dovrebbe poi realizzare che chi gli chiede aiuto non è un essere inferiore, con un ruolo passivo e dei guasti da riparare. Al contrario, si presta aiuto diventanto partner, all’interno di un percorso di scoperta. Tra le due parti dovrebbe nascere una relazione fondata sulla fiducia reciproca.
Purtroppo oggi, la maggior parte dei terapeuti, sia in campo clinico che integrato, non lavora più per vocazione, ma per esercitare il proprio potere sulla persona, spingendola a identificarsi con la malattia e mantenendola nel suo stato di debolezza. Il terapeuta in grado di aiutare davvero è colui che considera il paziente capace di andare oltre i propri limiti e lo stimola a ritrovare il proprio benessere rendendolo libero, autonomo e responsabile.
Un approccio che, tuttavia va detto, non sempre viene apprezzato e che, anzi, delude il paziente che si aspettava semplicemente di ricevere la pozione magica risolutiva.
Una nuova prospettiva: si guarisce tornando alle relazioni e alla vita reale
Guarire non vuol dire, allora, eliminare il disturbo o ricorrere ad una cura temporanea per gestirlo. Il vero cambiamento avviene quando spostiamo il focus.
Quando iniziamo a comportarci da ribelli in questa società malata.
Basta ascoltare le persone quando parlano per strada per rendersi conto che non c’è più alcuna relazione genuina, che si è perso il contatto, che nessuno è davvero più interessato all’altro, che si discute sempre e solo di reciproci bollettini medici.
È come se tutti fossero stati inghiottiti dentro a un mondo astratto e virtuale, impregnato di un linguaggio che esprime esclusivamente sentimenti di paura e di morte.
Quella non è la vita vera. Il mondo reale è fatto di esperienze concrete, di relazioni che si basano sull’amore, sulla comprensione, sull’accudimento, sul sostegno reciproco e la condivisione.
Nei momenti più difficili, la qualità delle nostre relazioni è ciò che può salvarci. Siamo animali sociali la cui sopravvivenza dipende dal branco.
Isolati come siamo oggi, siamo tutti sempre più vulnerabili.
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Articolo di Monica Vadi per generazionebio.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Immagine di Freepik
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