Mettiamo che qualcuno ci chieda:
come stai?
Già sarebbe una rarità. Più frequente è semmai sentirsi chiedere:
che fine avevi fatto? cosa hai fatto in tutto questo tempo? dove sei stato / sei stata?
È molto difficile che si consideri il fatto che, anche se di specifico non andiamo chissà dove e non facciamo qualcosa che sia degno di diventare argomento di conversazione, tutti noi non di meno continuiamo a vivere.
La domanda sarebbe, piuttosto
come?
Ma torniamo alle basi: “come stai?”.
Da zero a dieci, quanto ci sentiamo liberi di esprimere come ci sentiamo veramente?
È utile, in tal caso, fermarsi e fare mente locale: è il luogo giusto per rispondere? c’è abbastanza tempo a disposizione? È il contesto adatto? E, non ultimo, guardando negli occhi chi ce lo sta chiedendo: ti interessa veramente saperlo?
Perché qui ci giochiamo la qualità dei nostri rapporti con gli altri. Non è un’esagerazione. Qui camminiamo lungo il crinale che separerà sempre impietosamente un rapporto di spessore da una miriade di rapporti inconsistenti.
Da zero a dieci, quanti di noi sarebbero veramente intenzionati ad aspettare una risposta che non sia di circostanza, alla domanda: come stai?
Quanti di noi sarebbero disposti ad accogliere la verità dell’altro, a patto che sia disposto a sua volta a condividerla con noi, a patto che si senta libero di rivelarla proprio a noi?
Troppe volte tendiamo a minimizzare il dolore altrui, che così impara fin troppo bene a nascondersi, a restare inaccessibile a sollecitazioni di circostanza che avrebbero soltanto l’effetto di fare sentire l’altro in colpa.
Per non essere abbastanza forte, per non essere andato avanti, per non fare abbastanza cose, per non essere abbastanza aperto a una bellezza della vita astratta, che è evidente gli stia sfuggendo di mano proprio perché non ha modo di raggiungerlo, oltre la coltre di dolore con cui si è abituato a schivare la curiosità a tempo degli altri.
Ecco perché spesso la risposta è:
bene, grazie.
Ecco perché, di rimando, spesso neanche ha la forza di arrivare un diplomatico:
e tu?
Perché la verità si sente. Perché la verità si avverte. Perché la verità non può essere dissimulata da gesti e parole incongruenti rispetto a ciò che siamo, anche quando noi per primi non sapremmo con quali parole definire “come stiamo”.
Perché spesso c’è tanta tristezza inconfessabile nei nostri sguardi, una tristezza che quasi si vergogna di affiorare mentre tutto il resto sembra andare avanti meccanicamente verso la prossima meta. Natale, Pasqua, i ponti, le vacanze, il mare, gli anniversari.
Si veste a festa la tristezza, e troppi ci credono.
La si manda al fronte, in mezzo alla vita che conta, di cui si potrà parlare per almeno un mese con la sicurezza di avere la risposta in tasca quando ci chiederanno: dove sei stato?, cosa hai fatto?
Intanto lei, la dea Tristezza, in silenzio si appropria della vastità inestinguibile del nostro presente senza tempo.
Ma non si pensi che sia una dea malvagia.
Come tutti gli dei, va compresa.
Va accolta. Va legittimata.
Posso intuire da dove vieni, ma non importa saperlo con certezza, dal momento che ci sei, che fai parte di me. Quale dono porti? Quale insegnamento hai per me?
La nostra tristezza ci insegna la tristezza degli altri. Ci insegna che al di là degli infiniti diversi motivi per cui pensiamo di essere tristi, nella tristezza siamo tutti uno.
Non tutti uguali. Ma tutti uno.
Ed è quello che immancabilmente sentiamo di fronte a uno sguardo che riesca a vederci veramente, anche senza bisogno di parole.
Facciamoci caso.
Facciamoci sempre caso.
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Articolo di Margherita Cardetta per generazionebio.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Immagine di Freepik
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