Se vuoi aiutare gli altri impara prima ad accogliere il tuo lato oscuro

Accettare che la natura stessa dell’umanità presenti anche un profondo lato oscuro non è facile, perché significa ammettere che esista qualcosa di malvagio e irragionevole.

Carl Jung, in piena coerenza, raggiunse il concetto di personalità integrale, attraverso un approccio scientifico e psicologico, che nulla ha da spartire con un percorso spirituale.

Mentre affrontava i suoi personali tumulti, egli contemporaneamente analizzava gli stati nevrotici dei suoi pazienti. Fu proprio così che arrivò alla comprensione che chiunque, se vuole sbarazzarsi delle sue nevrosi, deve prima accettare la sua ombra.

Senza la piena accettazione di se stessi, anche ogni tentativo di aiutare gli altri risulterà vano, sia a livello personale che globale.

Jung aveva imparato ad abbracciare pienamente il suo lato oscuro. Questo lo aiutò a imparare a non condannare gli altri per le loro azioni negative; evitando dunque di abbassare le sue vibrazioni con pensieri, sentimenti e azioni che non sono altro che la proiezione sugli altri della propria negatività.

Quando rifiutiamo i nostri sentimenti e i nostri pensieri disturbanti, ci esponiamo a una dissonanza cognitiva: il nostro comportamento non corrisponde, quindi, alla nostra visione di noi stessi o a quella che gli altri hanno di noi. Quando proiettiamo sugli altri la nostra negatività non ci sappiamo più controllare e ci allontaniamo da noi stessi, perdendo la nostra personalità. Ecco che allora la nevrosi prende il sopravvento sulla psiche umana.

Durante una conferenza in Svizzera, Jung condivise con il pubblico dei pensieri molto profondi sull’argomento.

Le persone dimenticano che spesso per i terapeuti è difficile venire a patti con alcune confessioni dei loro pazienti. Questi ultimi, così, non si sentiranno accettati, perché avranno la percezione che il terapeuta non abbia accettato il loro lato peggiore.

Ma l’accettazione non si ottiene a parole. E’ possibile solo attraverso una profonda riflessione, che tenga conto di come il terapeuta si relaziona non solo con se stesso, ma anche con il proprio lato oscuro. Se costui vuole aiutare una persona e sostenerla, deve prima di tutto essere a proprio agio con se stesso. Questo non è possibile se i suoi pensieri sono pieni di condanna, pur non ammettendolo.

Dall’altra parte, non ha senso nemmeno “giustificare” ciecamente il paziente. La comprensione arriva solo quando vi è una obiettività imparziale. Questa è una qualità umana che si esprime con il rispetto dei fatti che riguardano una persona e che gli comportano sofferenza. Questo approccio è comune in tutti i veri credenti, che sanno che Dio ha portato ogni tipo di cosa – anche la più impensabile – in questo mondo al solo scopo di aprire i cuori degli esseri umani. Pertanto, tutto ciò che ci circonda è lo specchio della volontà divina.

Questa oggettività permette altresì al terapeuta di non soccombere di fronte alla frustrazione del paziente. Non si può cambiare una cosa se prima non la si accetta per ciò che è.

Altrimenti si finisce per opprimere e condannare, diventando così un compagno di sventura, anziché un aiuto.

Tutto ciò, come detto, deve inevitabilmente derivare dall’accettazione di sé e dei propri difetti. Cosa per niente facile, che consiste nell’accogliere l’idea che persino il diavolo può vivere in noi e che tutti abbiamo bisogno prima di ogni altra cosa di smettere di essere il nostro peggiore nemico e imparare ad amarci. Non è più tempo di arrabbiarsi con se stessi, di provare sensi di colpa, di giudicare ciò che siamo. Ma nemmeno di ignorare i nostri problemi personali passando tutto il tempo a cercare di aiutare gli altri. Così non si fa altro che restare intrappolati in una sorta di auto inganno. Dove l’unica cosa che si ottiene con successo è la fuga da se stessi.

Bisogna venire a patti con le proprie paure: solo così si diventa capaci di discernere, di comprendere e aiutare gli altri. Senza questa accettazione, avremo una visione limitata del mondo circostante e non sarà possibile stabilire un contatto empatico con gli altri. Anzi, perderemo tempo ed energia a sottolineare cosa non va negli altri e a tentare di correggerli, nascondendoci così dal mondo. E’ così che si perde la propria integrità. Come se  la personalità si scindesse e si entrasse in guerra con se stessi.

Due anime vivono in me, ed entrambe sono in contrasto tra di loro

Faust

Come si può allora aiutare un altro a guarire?

Occorre iniziare quanto prima a lavorare sul proprio lato ombra, imparando a conoscere tutti gli aspetti spiacevoli di noi stessi. Quando permettiamo a noi stessi e agli altri di vedere chi siamo davvero, nel bene e nel male, ogni conflitto interiore cessa di esistere. Accettiamo più facilmente eventuali fallimenti o mancanze. Nostri e degli altri.

Forse è uno dei lavori più duri che un individuo possa scegliere di fare nella sua vita. Inutile mentire in merito. Ma se si sceglie di mettersi a disposizione degli altri allo scopo di aiutarli, iniziare prima da se stessi più che un’opzione è un dovere.

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Articolo di generazionebio.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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