In che modo la vita ci porta a scollegarci dal nostro nucleo più profondo

Ognuno di noi ha una sua impronta energetica, impercettibile a occhio nudo, ma ben definita nei campi sottili.

Si tratta di una sorta di mappa, che evidenzia anche le nostre ferite. Queste ultime, quasi sempre vanno a costruire intorno al nostro nucleo degli strati energetici, che nel tempo ci disconnettono totalmente dalla nostra essenza, da chi siamo davvero.

Il centro

Il nucleo rappresenta noi stessi nella forma più pura possibile. Quando siamo al centro, ci sentiamo in armonia con la vita e con l’esistenza. Accettiamo la vita così com’è senza giudicarla, proviamo compassione spontanea e siamo mossi dalla fiducia, in tutto ciò che facciamo. Qui fluiscono energia e vitalità, creatività, emozioni libere, voglia di giocare e di far circolare la nostra forza vitale.

Alla nascita, siamo tutti al centro, predisposti naturalmente all’amore e alla gioia della vita.

Lo strato intermedio

Questo è il livello della vulnerabilità ferita. Da bambini capita di subire dei traumi (abuso, rifiuto, abbandono, giudizio, mancanza di amore…) e il flusso di energia vitale viene via via a mancare. La fiducia si trasforma in insicurezza, la creatività si trasforma in competizione, le emozioni iniziano ad essere represse e la gioia di vivere diventa pressione costante.

Tutto ciò dipende molto dalla società e dalle religioni, che nel corso dei secoli si sono molto prodigati per conformare l’individualità e reprimere lo stato autentico della persona. L’individualità è una minaccia per chi esercita potere sul bambino. Paura e colpa vengono utilizzate come armi per soffocare ogni energia vitale: così il bambino si dimentica, gradualmente, chi è. Strumenti di questo processo sono spesso i genitori, che non possono fare altrimenti perché anch’essi frutto di questa medesima repressione.

Questo suscita, a catena, altre conseguenze: lo strato si ricopre di una coltre di vergogna, dolore, rabbia, disperazione e impotenza. Ma anche senso di vuoto, tristezza, solitudine.

Lo strato protettivo

Il processo di sviluppo continua inesorabile e si finisce per costruire l’ultimo strato, che protegga la nostra vulnerabilità ferita. E’ una cosa che viene naturale: questo scudo impedisce ad ulteriori energie negative di ferirci e ci consente di esercitare sulla nostra vita quel minimo di controllo residuo. Questo strato ci preserva dal provare altro dolore e altra paura e ci porta a manifestarlo nei modi più disparati. Quello che capita ai più, purtroppo, è di camuffare totalmente la propria identità individuale, adattandola per quanto possibile a ciò che viene richiesto.

Costruiamo per noi stessi e per gli altri un’auto-immagine fittizia, assumendo ruoli non nostri dove recitiamo meglio che si può. In altre parole: indossiamo una maschera.

Questo comporta serie conseguenze sulla qualità della vita. I conflitti con gli altri, che in teoria dovrebbero essere allentati, in realtà sono all’ordine del giorno; specialmente quando uno strato protettivo ne incontra un altro. Quando avviciniamo l’altro nascosti dietro a una maschera è probabile essere respinti.

Ma il conflitto più grave nasce con la nostra anima, con quella voce che cerca disperatamente dal centro del nostro essere di farsi sentire, di ritornare sui nostri passi, di lasciare andare ogni finzione e tornare a essere ciò che si è. Semplicemente.

Molte persone non la sentono neppure quella voce, travolti dal rumore che c’è fuori. Altre la percepiscono, ma scelgono deliberatamente di non ascoltarla, per non assumersi alcuna responsabilità nella vita e continuare a delegare all’esterno. Infine, c’è una minoranza di persone che finalmente rallentano, si fermano, ascoltano. Comprendono.

E’ in quel momento che incomincia il processo di ritorno al centro, verso quel punto che si può definire casa. Dove ci si sente al sicuro, protetti, in pace. Nuovamente e meravigliosamente se stessi.

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Articolo di generazionebio.com
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