In che modo la coscienza è in grado di influenzare la materia?

Fin dai tempi più antichi l’umanità si è domandata se la mente umana sia capace di influenzare direttamente, senza alcun intermediario, il mondo che ci circonda.

Numerosi miti illustrano questo effetto, oltre che molte fiabe popolari.

Nel XX secolo questo interrogativo ha assunto nuove sfumature, alla luce del nuovo concetto legato all’influenza del cosiddetto osservatore sulle azioni coscienti e della correlazione con gli eventi subatomici introdotto dalla meccanica quantistica.

Questa interpretazione non è ancora universalmente accettata dai fisici, ma fornisce una solida base teorica per lo studio di questi fenomeni.

E’ interessante osservare come nelle scienze informatiche esista un punto comune, in cui ci sono sperimentatori nelle cui mani funziona qualsiasi strumento e ci sono persone che incidono negativamente sull’apparecchiatura.

Il celebre fisico George Gamow ha descritto ironicamente questo fenomeno come “effetto Pauli”, spiegando:

E’ noto che i fisici teorici sono molto goffi nel maneggiare apparati sperimentali; inoltre, a livello fisico – teorico può essere valutata la loro capacità di rompere uno strumento delicato semplicemente toccandolo. Secondo questo criterio, Wolfgang Pauli era un teorico eccezionale, la cui attrezzatura si rompeva sempre, cadeva, si bloccava o addirittura andava in combustione subito dopo il suo ingresso in laboratorio

Aldilà dell’ironia, c’è un elemento di verità in questo fenomeno.

Secondo il concetto di campo, le particelle coinvolte in qualsiasi interazione (sia essa elettromagnetica o gravitazionale) creano in ogni punto dello spazio circostante uno stato speciale, un campo di forza, che si manifesta in un effetto di forza su altre particelle collocate in qualche punto dello stesso spazio.

Secondo la teoria della relatività, la velocità di propagazione di qualsiasi interazione non può superare la velocità della luce nel vuoto. Pertanto, nel sistema di particelle interagenti, la forza che agisce in questo momento su una particella del sistema non è determinata dalla disposizione di altre particelle nello stesso momento: vale a dire che il cambiamento della posizione di una particella ha un effetto su un’altra particella non immediatamente, ma dopo un certo periodo di tempo. Pertanto, l’interazione di particelle la cui velocità relativa è paragonabile alla velocità della luce può essere descritta solo attraverso i campi da esse create.

Un gruppo di ricercatori francesi ha condotto una serie di esperienze straordinarie. Hanno progettato un robot che potrebbe muoversi senza urtare alcun ostacolo. Se il robot è programmato per muoversi in modo casuale, si muove caoticamente, ruotando accidentalmente in diverse direzioni. Nella stanza dove sono posizionati i sensori di localizzazione, si vede come dopo qualche tempo la traiettoria del robot riempie uniformemente tutto lo spazio disponibile. Successivamente, nella stanza vengono posizionate diverse gabbie con dei polli e la luce viene spenta. Il robot viene attivato e su di esso viene montata una piccola lampadina. Il robot inizia a muoversi casualmente nella stanza, ma dopo un po’ si osserva che la traiettoria del suo movimento si sposta verso le gabbie con i polli! Come se i polli stessi, vedendo la luce, attraessero il robot.

Un fenomeno simile si verifica quando il robot viene posto davanti alla gabbia con pulcini appena nati, che lo scambiano per la mamma e sono pronti a seguirlo obbedientemente. Ma quando la libertà di movimento è limitata dalla gabbia, è come se attraessero il robot-mamma e come se, di conseguenza, il robot obbedisse. Esso, infatti, inizia a muoversi e avvicinarsi alle gabbie.

La letteratura scientifica non fa che riprodurre e descrivere nel dettaglio risultati simili.

Pertanto, le emozioni influenzano anche una macchina elettronica!

Qual è il meccanismo che permette questo fenomeno? La risposta è al momento molto lontana. L’obiettivo dei ricercatori è quello, oggi, di accumulare dati sperimentali e di non affrettare conclusioni.

Nemmeno Albert Einstein era inizialmente in grado di accettare la meccanica quantistica, che appariva ai suoi occhi come una semplificazione troppo formale della realtà.

Dio non gioca a dadi

disse, incapace di accettare il principio probabilistico come base della meccanica quantistica. Perciò definì assurda questa disciplina. Niels Bohr gli si opponeva, convinto che non si potesse eliminare la natura probabilistica delle predizioni della meccanica.

Ne è stata fatta di strada, da allora. Ma non si deve lasciare nulla di intentato e occorre studiare ancora a fondo la materia per poter dare delle risposte accettabili e ripetibili, che spieghino in modo chiaro questo fenomeno così da poterlo accettare universalmente.

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Articolo di generazionebio.com
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Immagine di Sam Chivers

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