Il potere di influenzare gli altri: vittime e carnefici sulla scena della vita

Se non se ne parla, le cose non sono mai accadute

Succede per l’arte, per la politica, per la storia, per eventi di portata planetaria o confinati nelle ferree ragioni note solo a un individuo,
succede per i libri, per le confessioni, le lettere, le fotografie.

Se non prestiamo attenzione a  qualcosa, quel qualcosa è come se non avesse la forza di far parte della nostra vita.

C’è, c’era, ci sarà sempre, ma a un livello subliminale, nel fascio dell’ultimo bagliore del giorno che silenzioso spalanca il vano della notte.

Un momento che tutti sappiamo esserci ma che nessuno è stato mai abbastanza pronto  da cogliere.

Se nessuno lo coglie, allora non esiste, anche se deve esserci. Dire che non esiste non significa dire che è solo immaginario: significa dire che non ha conseguenze.

Solo ciò che ha conseguenze, esiste.

Solo di ciò che ha conseguenze si può dire che è stato immortalato, disegnato, composto, scritto, detto, realizzato.

Solo di ciò che ha conseguenze si può dire che, ormai, è.

Nella nostra vita esiste solo chi e cosa ha avuto delle conseguenze, di qualunque tipo.

Dorian Gray cerca di negare davanti a Basil Hallward le conseguenze che nella sua vita dovrebbe avere la notizia che Sybil Vane, l’attrice di cui si era invaghito, è morta.

Ma ci sono eventi che, proprio negati, acquistano una forza via via travolgente.

Eppure, risalendo a ritroso in cerca delle loro origini, troveremo sempre e solo dei dettagli.

Dettagli che a chiunque altro, se non a noi, sarebbero sembrati trascurabili.

Sarebbero sembrati trascurabili anche a noi, non ci fossimo trovati in quella precisa – casuale – disposizione d’animo, in quel determinato – eppure vago –  viluppo di sensazioni, pensieri, alla ricerca di cosa ancora oggi non sapremmo definire.

La vita non è governata dalla volontà o dalle intenzioni. La vita è questione di nervi, di fibre, di cellule formatesi poco a poco in cui si cela il pensiero e la passione serba i propri sogni.

Forse credi di essere al sicuro, ti ritieni forte. Ma bastano una sfumatura di colore inaspettata in una stanza o nel cielo mattutino, un profumo particolare che un tempo amavi capace di evocare strani ricordi, un verso di una poesia dimenticata che ti capita di rileggere, una cadenza di un brano musicale che hai smesso di suonare – sappi, Dorian, che è da cose come queste che dipende la nostra vita.

È il discorso che Lord Henry Wotton fa a Dorian nella parte finale del romanzo.

La nostra vita è cesellata, indirizzata, condannata da dettagli che a determinate altezze di lunghi, anonimi rettilinei hanno dato di colpo il nostro sguardo in ostaggio a un nuovo orizzonte.

A ben vedere, non è stato il dettaglio, ma l’orizzonte su cui si è stagliato, a farci cambiare strada.

Precisamente da quel punto, allora, in quell’irripetibile convergere di suoni, colori, traiettorie, vie di fuga.

E di accesso.

Per andare avanti, abbiamo dovuto svoltare.

E davvero non avrebbe senso chiederci adesso cosa sarebbe stato se non lo avessimo colto, quel dannato dettaglio: perché era inevitabile che lo cogliessimo. Quell’orizzonte attendeva la nostra storia come un’anima inquieta attende il corpo in cui incarnarsi.

E la vita è solo un sogno, senza una storia che ne riempia di palpiti e guerre i segni, trasformandoli in significati. Per sempre.

Chi è Dorian? Dorian è il ragazzo che si presta come modello al più bel dipinto che Basil abbia mai realizzato.

Chi è Basil? Basil è un pittore al quale l’incontro con Dorian restituisce provvidenzialmente emozioni e ispirazione.

Entrambi sarebbero rimasti intrappolati nell’immaginario di Oscar Wilde come ombre insignificanti se non ci fosse stato Henry Wotton a farne esplodere il potenziale, portando alle estreme conseguenze le vite di due uomini assolutamente comuni.

Chi è Wotton? È uno degli antesignani letterari più riusciti di una figura professionale oggi di gran moda.

Henry Wotton è un raffinato, indolente ‘media influencer’.

Un abile influenzatore, che intercetta e orienta le opinioni di chi gli presta attenzione, spesso plasmandole dal nulla.

È anche altro, senza dubbio, come Basil, come Dorian, ma nell’economia della trama è soprattutto questo.

È l’invisibile mano che tende la corda di Dorian fino allo spasmo, è il sobillatore che non può più essere in nessun modo sospettato, quando Dorian ucciderà Basil, quando il ritratto ucciderà Dorian.

Wotton è la coscienza acuta che trae dall’informe gli eventi prima che accadano, mentre si sta di fatto limitando a paventarli.

Wotton crea il ritratto che Basil realizza nell’attimo in cui dice a Dorian:

Signor Gray, venite qui e guardatevi

Wotton è tutto nelle parole che sceglie per ghermire l’attenzione di Dorian, e ne è perfettamente cosciente.

Le parole! Le semplici parole! Come sono terribili! Cristalline, vivide, crudeli! Impossibile sfuggirle. E tuttavia quale sottile magia contengono! Capaci di donare una forma plastica a ciò che è informe, sembrano anche dotate di una musica propria, dolce come la viola, o il liuto.

Le semplici parole!

Esiste qualcosa di altrettanto reale?

Oscar Wilde ci dimostra di no.

Non esiste al mondo qualcosa che sia più reale delle parole.

Per questo fa pronunciare proprio a Wotton l’epitaffio per Dorian Gray, a tre quarti dall’epilogo:

Non c’è nulla che non possiate fare: il mondo vi appartiene per una stagione

Non c’è nulla che non possiate fare.

Non c’è più nulla che possiate fare.

E Dorian lo sa. E Basil lo sa.

Sono entrambi coscienti della deriva che stanno prendendo le proprie zattere.

La trama coglie magistralmente i limiti del segmento in cui i rivoli isolati danno corpo allo stesso torrente impetuoso.

A monte un abbozzo informe di dettagli trascurabili, a riva i detriti di due sagome che ci è impossibile concepire come indipendenti l’una dall’altra.

Al centro, un ritratto.

Eppure

che cos’altro è se non tela e colore?

Tela, colore, e parole.

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Articolo di Margherita Cardetta per generazionebio.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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